L'Almanacco di Giuliano Galletta - Magazine

Mostre Magazine Museo di Villa Croce Martedì 27 settembre 2005

L'Almanacco di Giuliano Galletta

Magazine - «He speaks of himself as of another», così scriveva Samuel Beckett nel suo romanzo Company (1980). E così fa nel suo Almanacco di un altro anno: parla di sé come parlasse di un altro. Un volume creato e realizzato nel rispetto del concetto di antilibro (liberamente scaricabile dal sito del ), che si pone tra arte e scrittura, tra poesia visiva e narrative art e, concettualmente - ancora in armonia con la poetica beckettiana - combattutto tra desiderio e impotenza, tra il dover dire e il poter dire, tra l’essere e l’essere percepito.

Il volume sarà presentato martedì 4 ottobre, alle ore 17, al Museo di Arte Contemporanea di Villa Croce. Oltre a Galletta, saranno presenti la direttrice del museo , il critico d'arte Sandro Ricaldone, i saggisti Giuseppe Zuccarino e Carlo Romano, Riccardo Manzotti, studioso di coscienza artificiale.
«È una specie di finto diario», spiega Giuliano, e continua: «Ho creato un personaggio il Galletta-artista e l’ho portato avanti in tutti questi anni».
L’almanacco è il testimone di questa invenzione, è un «precipitato» che ripercorre attraverso frammenti, residui e brandelli di immagini e parole una serie di azioni avvenute «in ambienti dell’arte, con cui l’artista ha un rapporto conflittuale mai pacificato».
È un piccolo mondo fatto di grafemi e icone, l’ipotetico prodotto di un cassetto dei ricordi, fatto di biglietti del bus, del treno, ingressi a musei, locali e molto altro ancora, che parla di un’esperienza, ma vero ricordo non è, eppure in sua assenza, rappresenta una storia e un momento percepiti come individuali.

L’almanacco è anche un anticatalogo perché nasce dal presupposto che «il catalogo tradizionale sia ormai insostenibile dal punto di vista estetico e cartaceo». AAA, ovvero: almanacco, anticatalogo e antilibro, perché «si fa quando serve, si evitano le grandi tirature, che sono solo uno spreco di carta, per un’opera che rientra a pieno titolo in un’ecologia editoriale».
Un testo sulla memoria che della memoria si fa beffe. Un album di ricordi che nei ricordi non crede. Un ironico e luttuoso tributo in vitae verso colui che non è, pur essendoci. Un’autobiografia illusoria che di un’io non parla, ma alle sue tante declinazioni allude, e che pone il concetto di autore e quello di autorialità in un’altrettanto scomoda posizione di coabitazione infinita e ineludibile con il magma della letteratura e non, sollecitata da Barthes, riscritta da Borges, e certo proclamata più volte da Valéry: «Je ne suis pas ècrivain … J’écris pour voir, pour faire, pour préciser, pour prolonger – non pour doubler ce qui a été».

Un gesto che sa di provocazione, ma che anche della provocazione per sé non sa che farsene. «Il margine di provocazione risiede in questo rifiutare un ruolo sociale di artista. Nella mia incertezza di ruoli (giornalista, scrittore, artista) cerco di sfuggire alle identificazioni. È questo minimo di incertezza che ancora si può leggere come piccolo meccanismo di provocazione, priva però di motivazioni propagandistiche o polemiche. Agisco ma rifiuto il mio ruolo. Lo faccio punto e basta».

«Anche le cose non fatte lasciano tracce», scrive Giuliano nel suo Almanacco e per smentirsi, nel suo anti-fare e disfare, a Villa Croce continuerà a far esistere il suo personaggio in un'altra puntata della sua vita virtuale: una performance.
L’invito, rivolto a tutti coloro che parteciperanno, è a portare con sé una foto di famiglia, essendo però disposti a rinunciarvi. Le foto verranno incollate su un tavolo da ping pong, completo di tutte le sue parti e perfettamente riconoscibile, per essere poi «appeso alla parete e trasformarsi da quel momento in opera d’arte».

Un’idea suggerita a Galletta da un episodio della sua infanzia: in compagnia di un amico (che verrà apposta all’incontro), giocando in una soffitta, Giuliano trovò una vecchia valigia con delle foto. I due le lavarono con acqua e le misero ad asciugare su un tavolo da ping pong. Il risultato fu che distrussero foto e tavolo, perché le immagini vi restarono incollate.
Un ricordo diventa così ancora una volta “tela” o meglio subliminale strato su cui il nostro posteditore continua ad agire, accumulando dati in eccesso, per “ridipingere” il suo mondo. Un atto che diventa anche arte partecipata e, in controtendenza, recupera il ruolo dello spettatore nella sua potenzialità creativa. L’opera che si chiamerà La Tavola di San Giorgio, deriva il suo nome dalla chiesa a cui Galletta è più affezionato, perché «è lì che sono diventato ateo».

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