Magazine Venerdì 23 settembre 2005

Ripetere l'orrore. Si può?

Nel 1933 Adolf Hitler diventa cancelliere democraticamente. I tedeschi lo votano in massa, il Presidente gli affida il compito di formare il governo e lui esegue, interpretando a modo suo un classico della democrazia parlamentare: un esecutivo di coalizione.
La maggior parte dei suoi elettori, probabilmente, né si aspettava né riconobbe inmediatamente il colpo di stato a rate che egli portó a compimento nei mesi successivi: ognuno ebbe un motivo per votare nazista, molti ebbero ragione di pentirsi e purtroppo era troppo tardi.

Al giorno d’oggi, sarebbe possibile ricadere in questo errore? Gli elettori moderni (?) dispongono di un arsenale democratico ed analitico per riconoscere un "dittatore in nuce" e negargli il consenso?

William Sheridan Allen, americano dell’Illinois, azzarda una risposta. Lo fa adottando un punto di vista non tradizionale: non giá l’alta politica coi suoi accordi interni e le sue alleanze, ma la vita quotidiana di un piccolo paesino dell'Hannover. Non Hitler, Goëring e Goebbels ma il libraio, il vice-sindaco e l’operaio dello zuccherificio. Non l’orrore dell’olocausto ma il disagio di cambiare di marciapiede per non obbligare l’amico ebreo a salutarti col braccio teso.
Ed è cosí che nelle 279 pagine di Come si diventa nazisti (Einaudi editore, 9.80 Euro) l’autore ci racconta di cinque anni drammatici, unici e – speriamo – irripetibili: dal 1930 – anno in cui il nazismo pare solo folklore – al 1935, con la sua ormai ferrea e ineludibile dittatura.
Che succede in quegli anni a Thalburg? La cronaca è dettagliata fino al pettegolezzo, ma dalla minuta ricostruzione della vita del paese (con la “p” minuscola) emergono anche risposte generali. In primo luogo, il ruolo della paura: senza questa chiave di lettura l’intera vicenda parrebbe incomprensibile.

In mezzo ad un’infinita sequela di votazioni (e forse anche grazie ad essa) i voti dei thalburgesi affidati alla ricetta nazista aumentano continuamente, fino a consentirgli di sedere nella stanza dei bottoni. Ed è da quella posizione privilegiata che la NSDAP attacca ogni nucleo di appartenenza sociale che non sia il partito o una delle sue tante emanazioni.

L’analisi di questo processo di atomizzazione della società thalburgese, rappresenta un altro cardine dello studio di Sheridan Allen, e alle mille maniere con cui il segretario locale della NSDAP lo mette in pratica dedica alcune delle pagine più memorabili, descrivendo la trasformazione di una societá viva e compiuta in un reggimento di automi impauriti. È il coordinamento (Gleichschaltung), dove uno detta la linea e gli altri seguono.
Con soli diecimila abitanti, senza alcun segno caratteristico, perduta in una valle dell’Hannover, Thalburg e la sua nazificazione sono un coacervo di storie universali: il dramma della sconfitta di un ideale, la comicitá involontaria degli adulatori, la demenzialità del razzismo, la spudoratezza dei nuovi capi. E poiché si tratta di storie piccole, di tutti i giorni, esse risultano molto più vicine al lettore di quanto non possa essere il resoconto di una conferenza di pace o la descrizione di una battaglia campale. Traspare quindi una urticante somiglianza con episodi a noi vicini, spesso drammaticamente attuali, e pare evidente che quegli uomini – nazisti a tutti gli effetti – non erano molto diversi da noi. E che anche noi potremmo sbagliarci come loro, e come loro pentirci solo dopo aver permesso e legittimato nuove tragedie.

Paolo Miscia

Nella foto: "Il grande dittatore", film di Chaplin
di Mina Vitiello

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