Conversazioni tra arte e vita - Magazine

Attualità Magazine Mercoledì 14 settembre 2005

Conversazioni tra arte e vita

“Conversazioni tra arte e vita” è un progetto nato dalla curiosità. Mi interessa indagare alcuni aspetti del complesso e infinito rapporto tra l’arte - le arti - e la vita, senza la pretesa di essere esaustivo, definitivo o risolutivo. Esistono, a mio avviso, domande fondamentali sulla funzione e sul senso dell’arte (a prescindere dal linguaggio con cui si manifesta), sulle conseguenze dell’arte nella vita quotidiana e nell’animo dell’individuo (sia esso attore o spettatore dell’evento creativo), che non cambiano con la latitudine e la longitudine, che necessitano però di approcci culturali eterogenei, non consueti.
Trovo che sia un argomento meraviglioso!
L’idea è quindi di confrontare esperienze e percorsi differenti, a controcanto fra loro, grazie a queste pagine telematiche. Incontrerò quindi attori, musicisti, filosofi, registi, storici, studiosi, e magari anche l’uomo della strada o la donna del mercato, per cercare di capire insieme qualcosa di più, di andare un pochino in verticale.

Marco Romei
La rubrica la ritrovate ogni terzo giovedì del mese. Buona lettura.

Marco Romei e Carlo Marletti

MR «Carlo, può l’arte, in genere, produrre una nuova sensibilità nella costruzione della società, una educazione estetica?»
CM «Non credo. Perché l’arte, da un certo tempo, si è dissociata radicalmente dall’etica. E se esiste un aspetto dell’attività umana, della problematica dell’uomo, che può aiutare a comprendere il mondo sociale, a comprendere il sistema di distorsione del nostro mondo sociale, a me sembra che sia l’etica, non l’arte.»

MR «A chi spetta la responsabilità dell’etica? Al cittadino? Al politico?»
CM «Dovrebbe essere compito del politico, ma di fatto non lo è. Quella è la Repubblica Platonica. Credo che l’etica sia ciò che rimane all’individuo e ai gruppi di individui che si organizzano non intorno a degli interessi, ma intorno a delle prospettive. Molto più della politica, oggi».

MR «Ti riferisci ai gruppi del volontariato? Emergency, Amnesty… »
CM «Sì, ci possono essere tante esperienze, ma non è un problema solo di volontariato. Ritengo che il riemergere dell’etica sia il risultato dell’incapacità della politica e dell’estetica di fornire realmente delle risposte. La politica, che sempre più è diventata il luogo di gestione di equilibri, sempre meno, per le stesse ragioni, è in grado di pensare il presente in modo distaccato e per questo, a mio avviso, è riemersa l’etica. Anche a livello delle imprese esistono aziende che si rendono conto che un discorso etico serve anche per il consumo… »
MR «Tipo la Banca Etica»
CM «Sì, da questo livello fino, se vuoi, al volontariato»

MR «L’arte è l’esperienza che trasforma? Se non la società, gli individui?»
CM «Io non so se sia questa la vera funzione dell’arte. È difficile definire l’essere umano indipendentemente dall’esperienza artistica: sono quasi la stessa cosa. Un tempo si pensava che prima fosse venuto l’uomo e che solo dopo migliaia di anni fosse emersa questa sua capacità o esigenza di espressione estetica, e invece si sta scoprendo che l’esperienza estetica nasce con l’uomo. L’essere umano è l’unico fra gli animali che possiede la capacità di oggettivarsi, e la prima straordinaria forma di oggettivazione è l’esperienza estetica: la prima la più immediata,e in questo senso quella con più capacità di trasformarlo immediatamente. Però attribuire all’arte una responsabilità nei confronti della società, è attribuirle troppo: da sola, non è in grado di essere questo.»

MR «Si racconta una storia o si racconta sé stessi?»
CM «L’io che racconta, l’autore che sta dietro l’opera, questa persona che scompare o ricompare dietro l’opera che scrive o che dipinge, di che cosa è fatto? È fatto di storia, è fatto di tempo. La cosa fondamentale del sé umano è il tempo. La differenza fra noi e gli animali è che noi abbiamo il tempo, loro hanno le fasi, giorno e notte, estate e inverno. E il nostro tempo da cosa viene riempito? Da una biografia che è storia, che è narrazione.»

MR «Carlo, ammesso che si possa dare una risposta, bisogna agire per necessità o per libertà?»
CM «Una parte delle nostre azioni sono azioni necessitarie. Certo, nella maggior parte dei casi quando si operano delle scelte si va incontro a delle conseguenze, e si può fare poco per modificare l’assetto delle cose nelle quali ci troviamo: è necessario operare nuovamente altre scelte. E le scelte sono un momento di libertà. Però ritengo che esista profonda questa libertà, nonostante il tempo della nostra vita sia rigidamente organizzato. C’è il bisogno di essere consumatori, c’è il bisogno di corrispondere a funzioni, sono aspetti seri nella organizzazione sociale: però credo che esista questo spazio di libertà, e che soltanto il punto di vista etico possa aprire una zona di libertà. Lo spazio di libertà non è uno spazio estetico, semmai il punto di vista dell’estetica può essere la percezione di qualcosa che non va, non la sua spiegazione. Può essere il momento più alto nel quale il disagio si manifesta, ma non è la lettura del disagio, non è la capacità di comprenderlo. Non si può separare l’etico dall’estetico. E poi è chiaro che è pur sempre un rapporto fra libertà e necessità. L’estetico rappresenta molto spesso la libertà, l’etico rappresenta la gabbia,e nella loro dialettica che secondo me è racchiusa la vita dell’individuo»

MR «“Viviamo solo per scoprire la bellezza. Il resto è una forma di attesa”»
CM «Si può essere d’accordo se si torna al mito greco,in cui la bellezza è kalòs kai agathòs, cioè la bellezza è il bello e il buono insieme, non è mai solamente il bello. Il bello come tale veniva condannato da Platone, deve essere bello e buono insieme, il bello da solo non è abbastanza.»

MR «Ormai abbiamo stabilito che l’estetica non può prescindere dall’etica… »
CM «E allora la cosa più alta che può fare l’uomo è scoprire la bellezza»



Carlo Marletti è docente di filosofia del linguaggio all’Università di Pisa.
è il drammaturgo del . Ha scritto anche per la radio e per il cinema. È sempre molto indaffarato a essere pigro.

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