Magazine Venerdì 9 settembre 2005

Racconto d'Autunno

Non ho mai parlato del lavoro, mai detto una parola delle cose che faccio mentre sono lontano dalla redazione, dalle chiacchiere a pranzo e dagli scambi di battute, mentre incessante continua il bisbiglio della fontana di De Ferrari e il ticchettio delle tastiere dei PC.
Non ne parlo mai perché di lavoro non si parla quando si vuole stare bene e poi, dubito siano tanti quelli che si domandano cosa faccia tra una partita della Sampdoria, il Kazzeggio che tanto piace alla Capa e le serate a teatro.
Più di una volta ho pensato di raccontare gli aneddoti che provengono dalla varia umanità che si mostra, con le sue paranoie e le sue piccole o grandi manie, attraverso le cuffie di un call center.
In quasi due anni di ascolto, cose strambe se ne ascoltano tantissime e tantissime, ovviamente, sono quelle divertenti. C’è il fidanzato fedifrago che, terrorizzato, chiede di bloccare un SMS clandestino prima di diventare un ex fidanzato fedifrago a rischio di evirazione. C’è il figlio semiadolescente, tutt’altro che casa-e-scuola, che approfitta del lato oscuro, o meglio a luci rosse, del videofonino di famiglia, sorprendendo madri ignare che cadono dalle nuvole: «Chi, mio figlio!? Ora si spiegano le occhiaie…».

Migliaia, dicevo. Molte si somigliano dalle prime battute, altre invece sono interpretate da fantasisti veri e propri, fuoriclasse che riescono a farti lacrimare mentre mordi le labbra. Non si può ridere!
Ci sono ragazzini che fingono di essere un genitore usando la voce con i baffi e seri professionisti che, per conoscere le abitudini telefoniche delle compagne, parlano in falsetto: «Chi ho chiamato oggi?»
Poi, infine, c’è il racconto d’autunno. La telefonata che non vorresti, che arriva in un grigio giovedì mattina paralizzadoti. Devi essere asciutto e professionale, ma vorresti fuggire.
«Buongiorno, la mia amica avrebbe un problema piuttosto grosso, potrebbe aiutarla?». Una telefonata come tante, pensi sia una cosa risolvibile con pochi click, poi scopri che non è così, la voce strozzata e che fa fatica la sento solo in un secondo momento: «Pochi giorni fa lei e il suo fidanzato hanno avuto un incidente e lui è morto. Secondo lei è possibile recuperare le foto, i messaggi, i filmati che erano sul telefono di lui e che è andato perduto nell’incidente?». Spiego che non è facile, sono professionale e vorrei fuggire, le spiego che senza il telefono non si può fare nulla, mi dice che lei e Sonia sono tornate sul luogo dell’incidente, ma che non hanno trovato nulla. La ascolto e una parte di me spera che sia una trovata, uno scherzo, un modo stupido per giocare e, mentre provo a dire qualcosa di sensato, guardo quello che posso della storia del telefono. Lo guardo un po’ per aiutarla e un po’ per uscirne. Chiedo il numero di Roberto e vedo una lista di telefonate, vedo i prefissi, vedo che uno digitato più degli altri, probabilmente in quelle cifre c’è Sonia. Alcuni costi mostrano un viaggio in giro per l’Europa. Tutto normale per un ragazzo nato nell’ottanta.
Il 25 luglio però, tutto si ferma.

Di tutte le immagini che la letteratura ci ha regalato della morte quella che ho davanti è precisa nella sua linearità, è fredda e sincera. È triste come la pioggia d’autunno.
È il traffico di un telefono che si ferma.
Chiudo la chiamata e neppure ho il tempo di prendere fiato che inizia una nuova storia fatta di SMS e problemi di linea. Quella che rimane è la voglia di fuggire…
di Francesco Cascione

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