Concerti Magazine Mercoledì 7 settembre 2005

Kech: «il rock non parla italiano»

© www.kechworld.com
I Kech sono una (relativamente) nuova realtà musicale proveniente dall'hinterland milanese. Hanno partecipato all'Heineken Jammin' Festival e a Frequenze Disturbate, ora sono in giro per l'Italia (e non solo). Di recente sono passati anche a Genova. Hanno già pubblicato due dischi, Are you safe? (2003) per la Ouzel Records e Join the cousins (2005) per la Black Candy. In occasione del loro live al abbiamo fatto quattro chiacchiere con Giovanna (cantante) e Pol (chitarrista).

A parte il passaggio di etichetta, cosa è cambiato? «Noi siamo sempre gli stessi - dice Gio - magari con più di 150 date sulle spalle suoniamo un po’ meglio, siamo più sicuri... e conosciamo a memoria tutti gli autogrill sulla A1! A parte gli scherzi, i due dischi sono molto legati, li pensiamo come l'uno il proseguimento dell’altro».

Il tour, durante il quale hanno vestito i panni di opening-act per artisti come Graham Coxon e Sondre Lerche, li sta portando in lungo e in largo anche fuori dall'Italia. Come sono i riscontri? «Direi ottimi - continua Giovanna - la gente sembra gradire. In generale davanti a 30, 300 o 3000 persone facciamo la nostra sporca figura. Per noi ciò che conta è divertirci e divertire, non importa quanta gente c’è».

Come molte altre bands cantano in inglese, e le influenze di sonorità straniere sono evidenti. Pensate di darvi all'italiano o di continuate così? «La musica che facciamo avrebbe meno senso cantata in italiano - continua Gio – mentre l’inglese ti permette di comprimere in poche righe e di esprimere con parole semplici immagini davvero suggestive e meravigliose. L’italiano è bellissimo ma troppo ricco e complesso per il rock». Interviene Pol: «Anche la musica che ascoltiamo è per il 90% inglese o americana, quindi suonerebbe molto, molto strano alle nostre orecchie un testo in italiano».

I Kech sono presenti nella compilation tributo ai Velvet Underground, Boomsongs for Velvet, con la cover di After Hours. Come mai avete scelto questo brano? Risponde Pol: « I Velvet Underground sono uno dei gruppi classici ai quali mi sono accostato prima. Qualche anno fa, scherzando in sala prove, abbiamo accennato qualche classico ma senza successo. Poi, riascoltando i The Velvet Underground, mi sono accorto di questa canzone bellissima, acustica, messa alla fine del disco e cantata dalla batterista, Maureen Tucker, che sembrava fatta apposta per Giovanna. La teniamo spesso come pezzo "della buonanotte" nei nostri live set...».
Giovanna ne è stata rapita: «Quando ho sentito quella canzone ho avuto un colpo di fulmine, l’ho sentita subito mia. Non mi succede spesso, non trovo così semplice cantare pezzi altrui».

Quali altri gruppi sono nel vostro background musicale? «Ognuno ha passioni diverse – continua Gio - ed io sono la più inglesofila del gruppo: Blur, Stone Roses e compagnia bella. Poi ci sono Nicola e Pol che amano Pixies, Pavement ma anche Tom Waits e i già citati Velvet Underground. Teddy ama Paul Weller e i Pink Floyd, Tonnie il nostro bassista mozartiano… beh, lui vive nel suo mondo di estremi e ascolta solo musica classica o Squarepusher. Comunque quando siamo in giro litighiamo sempre per il ruolo del dj sul furgone... alla fine ci scambiamo ascolti e idee (oltre che cazzotti)».

Con quale approccio avviene la stesura dei pezzi? Pol: «Succede quasi sempre che sia la voce di Giovanna a condurre il gioco in fase di scrittura, spesso iniziando ad improvvisare su un giro di chitarra, poi spostiamo il fuoco sugli arrangiamenti».
Voi venite dall'hinterland milanese: come trovate che sia lì l'ambiente per chi vuole fare musica? «Per l’indie rock non c’è molto spazio - dice Giovanna - ti premiano solo se fai cover o... liscio. Ma anche a Milano non è che ci sia 'sta gran scena. Ci sono un po’ di gruppi ma non c’è coesione o scambio».

State già pensando a nuovi pezzi piuttosto che a nuove sonorità per un eventuale prossimo disco? Giovanna: «Sì tantissime cose e anche molto diverse tra loro. Dopo tanti concerti ho voglia di mettermi a scrivere e la testa frigge già». Conclude Pol: «Qualche pezzo nuovo, in sala prove, lo stiamo già suonando. Non vediamo l'ora di dedicarci al prossimo disco, abbiamo tutti un sacco di idee che chiedono solo un po' di tempo per essere sviluppate con calma e tranquillità.

Sonja Amoretti

Nella foto: i Kech all'Heineken Jammin' Festival

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