Texas: tra Genova e il Piemonte - Magazine

Cinema Magazine Martedì 6 settembre 2005

Texas: tra Genova e il Piemonte

Magazine - Laura Benzi (nella foto in alto). Di lei abbiamo parlato spesso: , e , ma mai l’abbiamo messa nell’angolo e intervistata.
Laura, scenografa e costumista per il teatro e il cinema, è imprendibile, perché a volte lei stessa non sa dov’è. Scherzi a parte, il cinema l’ha "travolta" e dal 2002 è più facile perdersela nelle sue puntate a Genova che incontrarla e così il telefono, vecchio amico di sempre, è salvifico mezzo per raggiungerla nell’ennesimo set: l’Italsider per il film , di Giuseppe Ferrara. Ma prima di entrare nell’ultimissimo lavoro con cui è alle prese, ci interessa tormentarla di quesiti sulla sua ormai consolidata collaborazione con Fausto Paravidino, (nella foto in basso). Mercoledì 7 settembre infatti Texas, l’opera prima del trentenne attore e regista, (nato a Genova, ma piemontese) è in visione al Festival del cinema di Venezia (ore 14.30, Sala Grande, niente di più niente di meno) e Laura sta per partire.

Lei e Fausto si sono conosciuti a Roma nel ’98: «amico di amici, con cui condivido una certa visione del teatro e un certo modo di fare ricerca. Al tempo lui doveva ancora cominciare a scrivere la maggior parte dei suoi testi». E qual è questa comune idea? «Trovare e mettere in scena qualcosa di grande e assoluto attraverso qualcosa di piccolo e riconoscibile dal pubblico. La ricerca di una forma precisa ci accomuna e il cercarla attraverso un lungo percorso, che non lascia mai niente di intentato. Una ricerca estetica verso il bello che però entri in dialogo con il pubblico». Le prime idee scambiate tra i due riguardavano le scene di Gabriele: «lui stava abbozzando una scena, guardai il suo progetto, gli diedi dei consigli, ma si trattava ancora di un lavoro fatto in casa. Poi, quando sono arrivate le prime produzioni, abbiamo dato il via a un rapporto di lavoro concreto». Nel 2000, per lo Stabile di Bolzano, va in scena I due fratelli e Laura crea scene e costumi, così come farà nel 2002 per la nuova produzione di Gabriele e per Genova 01 (Stabile di Pistoia), dove però comincerà ad occuparsi anche delle luci e dei video e nel 2003, oltre a tutto il resto, anche delle proiezioni per Natura morta in un fosso.

Cercare il bello volendo rivolgersi al pubblico non rischia di trasformarsi in semplice realismo? «Qualche volta può succedere, ma quello che facciamo noi è trasformare la realtà partendo dalla realtà. Per fare un esempio: in I due fratelli abbiamo ricostruito una cucina in modo realistico, in tutti i dettagli. Poi però una vernice omogenea verde acido, stesa su tutto, ha azzerato l’effetto realistico e creato una dimensione astratta, che permetteva ad ognuno di immaginarsi la sua cucina. In Natura morta in un fosso, un thriller, la scena è fatta di pezzi d’asfalto frantumati, come se fosse una disintegrazione cubista della realtà».

Di spettacolo in spettacolo, Fausto e Laura continuano a ripartire ogni volta da zero, con l’agio però della consapevolezza di ciò che l’uno può dare all’altro. «Oggi ci è più facile individuare la forma che cerchiamo, perché è sempre più netta, distinta e scolpita». Per Texas, la collaborazione è cominciata nell’estate del 2004 con discussioni, incontri e poi una lunga tournée piemontese per «studiare il territorio e fare un censimento delle case del basso Piemonte, della zona intorno a Ovada, dove non è mai stato girato un film». Le varie tipologie di case da cercare spaziavano dalla cascina alla casa con officina annessa, dalla villa isolata alla casa con alimentari, fino alla «casa con genitori sopra. Le abbiamo scelte in funzione delle architetture esterne. La facciata doveva già essere sintesi, mentre gli interni li abbiamo ricostruiti». Ma come facevate a trovare le case, suonavate il campanello? «Sì, anche. Avevamo amici che ci aiutavano, oppure attraverso agenzie immobiliari, ma anche attraverso il Comune, le strade le abbiamo percorse tutte». Per gli interni il lavoro si è concentrato sui colori. «Le storie dei nostri personaggi si intersecano in tre fine settimana, invernali. Quindi per dare la possibilità allo spettatore di orientarsi meglio nei luoghi della storia, ad ogni personaggio corrisponde una tonalità. L’insieme dei colori è quasi espressionista, pulp nelle notti illuminate dai fari delle auto o dalle luci artificiali, opaco e spento di giorno, assorbito dal grigiore dell’inverno e dalla nebbia. È una storia amara, ma anche comica».

Dal lavoro in teatro a quello al cinema, per Laura è il completamento di un percorso: «senza il teatro non avrei potuto fare il cinema. La materia è sempre la stessa: uno spazio che nasce da una storia, abitato da personaggi. Ma, se nel teatro è possibile, e anche auspicabile, una maggiore poesia e stilizzazione verso lo spazio, al cinema ogni singolo ambiente deve essere finito in sé». Per questo motivo, lei concepisce il suo lavoro in un film come «un’infinità di scenografie da tenere insieme con un’unità di stile, colori, geometrie o prospettive». Il set di Guido Rossa, per esempio, ne prevede cinque: quello storico, la fine degli anni ’70; l’Italsider, «un gigante fatto di ferro, strutture enormi, palazzi, colate di ghisa, operai e tute blu»; poi c’è l’abitazione di Rossa «in via Fracchia, a Genova, tra mobili nordici, minimali, dal gusto già moderno»; quindi c’è la città e i brigatisti. Laura ha scelto «colori molto poco accesi - quasi solo bianco e nero e un grigio diffuso - dove le case, ricordando la speculazione edilizia, sono molto simili tra loro. Sentivo di dover essere rigorosa nella scelta dei luoghi per non distogliere dalla necessità di tensione di tutto il racconto».

All’orizzonte, dopo settembre e Guido Rossa, Laura ha due spettacoli teatrali in progetto (uno all’interno del , l’altro all’Archivolto) e due film «di matrice romana, non genovese», di cui però non le va ancora di parlare.

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