Magazine Martedì 30 agosto 2005

Hornby è tornato. Però...

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C’è una cosa che Nick Hornby sa fare meglio di chiunque altro. Parlare della sua generazione di semi-adulti afflitti da invincibile complesso di Peter Pan, incasinati con le donne e inchiodati alla propria passione per il calcio e la musica. Ecco, quella cosa lì la fa come nessun altro. Pesca dalle proprie esperienze personali, le infarcisce o le rimodella, e ti mette giù tre romanzi eccezionali come Febbre a 90, Un ragazzo e Alta fedeltà.
Dopo questi tre exploit è successo qualcosa. Come se lui avesse pensato: «Oh, adesso questi crederanno che io so scrivere solo dei cazzi miei, che sono uno scrittore a metà, più che altro uno che scrive diari, e invece no, che invece io sono uno scrittore vero e posso scrivere tutto quello che mi pare, che infatti adesso scrivo un libro in cui è una donna di mezza età che parla e mica posso essere io quella donna là». Così scrive Come diventare buoni. Per carità, è un ottimo libro, uno se lo legge volentieri, con quella satira azzeccata dell’ipocrisia di certa borghesia sinistrorsa vorace di politically correct. Però.

Però, già lì, uno si diceva: eh sì Hornby è proprio bravo però speriamo che la prossima volta torni a quei libri che scriveva prima e che mi piacevano tanto. E invece lui che fa? Non contento di aver dimostrato (pensa lui, ma io mica ne sono tanto convinto) di sapersi calare nei panni di una donna, adesso vuol far vedere che può calarsi contemporaneamente in quelli di: un rockettaro fallito, un presentatore televisivo cinico e disilluso (e fin qui ok), una diciassettenne ribelle e un po' fusa, e la madre depressa di un figlio in coma irreversibile. Ora, a dir la verità, il buon Nick azzecca alla grande il tratteggio caratteriale ed emotivo delle sue creature cartacee. Il problema è il modo in cui le fa parlare. Qui interviene il Grande Problema, la traduzione. Non buttiamoci giù è un libro che, per essere apprezzato al meglio, andrebbe letto in lingua originale (e magari disponendo di una certa dimestichezza con gli slang londinesi). Così com’è, nell’italica versione, funziona davvero maluccio, disperdendosi tra trovate verbali che non richiamano nessuna parlata riconoscibile (tanto per dire, cos’è questo “presempio” che la ragazzina infila dappertutto? Che sapore dovrebbe avere? E perché il rockettaro parla sgrammaticato?) e dunque non sono evocative di alcunché. Di qui il grosso contrasto: personaggi psicologicamente credibili che si esprimono in termini fastidiosamente fasulli.

Detto tutto questo l’appuntamento con Hornby in libreria lo si rinnova sempre con piacere e l’idea di partenza è originale ed azzeccata: quattro persone disperate si ritrovano la notte di Capodanno sopra il tetto di un edificio noto come Casa dei Suicidi per farla finita. La stramba convergenza salverà la vita di tutti e quattro attraverso una serie di comuni, bizzarre e fondamentalmente comiche vicissitudini.
Su questo tappeto di spunti la sua vena “malin-comica” scorre via che è un piacere: qua e là si perde un po’ in giochetti meta-letterari piuttosto inutili, ma altrettanto spesso si imperla di affondi geniali.
Beccatevi questo, tanto per fare un esempio: a parlare è JJ, il rockettaro…

Problema della mia generazione è che ci sentiamo tutti dei geni del cazzo. Far qualcosa per noi non è abbastanza, e neanche vendere qualcosa, o insegnare qualcosa o solamente combinare qualcosa: no, noi dobbiamo “essere” qualcosa.

Non è il meglio di Hornby, ma è pur sempre Hornby…

Nella foto: un particolare della copertina di 'Non buttiamoci giù'
di Giorgio Viaro

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