Magazine Lunedì 22 agosto 2005

La mareggiata

Magazine - - Sei in casa?
Mi chiamano interrompendo le mie scorribande mnemoniche.
È Joe, il vicino di casa, al secolo Giuseppe Melillo, pugliese di Trani cresciuto tra Porto Said e Cairo, cranio rasato e fisico asciutto, settanta ben portati, un metro e sessanta centimetri di abbronzatura profonda, braghe bianche di lino e camicia hawaiana multicolore, scarpe St. Louis professionali: è pronto per andare in balera. Balera! Si fa presto a dire balera rievocando così immagini ben definite di particolari sale da ballo italiane che ci hanno visto crescere al suono di valzer e tanghi, qualche rock & roll e quei lenti che quando li ballavi le gambe si muovevano appena ma le mani correvano impazzite ad esplorare, o a rintuzzare, certe fantasie.
No! Melillo va a ballare boogie-boogie e latino-americano in un club ad Ashfield, che è la sede dei Tigers, una delle squadre cittadine di rugby: un enorme posteggio, diversi bar, un paio di ristoranti, l’immancabile casinò - imprescindibile fonte di sussistenza - e il salone danzante con l’angolo per l’orchestrina. Joe va lì il venerdi, il sabato e la domenica sera e passa il resto del tempo a prendere il sole in mutande nel giardino antistante la sua casa o a dormire per rirendersi dalle fatiche danzanti della sera prima. Ma sa anche rendersi disponibile, e poi ci facciamo compagnia, se serve!

- Ma tu che sei ligure, quand’eri a Genova, ci andavi in via del Campo? - mi chiede sornione alitando sul suo anello d’oro e strofinandolo con nonchalance sulla camicia tropicale per lucidarlo.
- Noi – attacca il vicino di casa – si navigava! Si saliva da Porto Said o da Alessandria con la stiva piena di sacchi di noci, di datteri, di spezie, di caffè e si tornava a casa con i mattoni d’acciaio, tutta roba fusa nelle acciaierie Ansaldo – mi spiega con un certo orgoglio professionale.
- Un giorno eravamo a Genova – prosegue Giuseppe - un altro a Said, un altro ancora a Barcelona. Oppure a Napoli o a Marsiglia o a Tunisi. Stessi visi, stesse storie, stesse taverne. Piccole stradine buie e puzzolenti dietro a splendide promenades soleggiate e frequentate da creature sensuali ed inavvicinabili, per noi marinai o macchinisti.
Quando poi il richiamo del sangue diventava troppo forte, ci si buttava nel dedalo dei vicoli dietro le calate, dove si sapeva che lavoravano le ragazze - sospira con una certa nostalgia.
- La tariffa era di duemila lire, e che donne! - biascica vizioso. Ma poi una boccata della sigaretta gli va giù storta ed inizia a tossire.
- Ci andavamo - riprende - anche per farci due risate: si vedevano in giro certe facce! Si avvicinavano alla ragazza che gli piaceva e si guardavano attorno circospetti prima di chiedere il prezzo, come se lì attorno fossero gli unici ad andare a puttane. Figurati - precisa ironico - in via del Campo... - e lascia cadere lì la frase con un tono atto a sottolineare la nostra consolidata complicità.

Ci andammo Joe, ci andammo una domenica di novembre. Eravamo quattro garzunetti sedicenni per la prima volta in città da soli: i jeans buoni a zampa d’elefante e il maxi-cappotto, i Ray Ban, le marlboro e due o tre biglietti da diecimila in tasca. Il treno era il diretto per Milano delle nove e mezza ed arrivò a Principe che era quasi mezzogiorno. Quattro passi per ambientarsi un attimo, giù fino a Caricamento, discorrendo di prestazioni sessuali, fino al quel punto solo immaginate, o delle partite di pallone del pomeriggio. Un Crodino per darci un tono e a seguire minestrone, trippe, quartino e caffè, in quella trattoria vicino alla cattedrale di San Lorenzo.
Dopo il pranzo, sempre per darci un tono, decidemmo che a donne ci saremmo andati non prima delle tre. Tornammo verso il porto: una camminata per digerire e per attenuare quell’aspettativa, quell’ansia che aumentava e che nascondevamo fumandone una dietro l’altra. Che mareggiata quel giorno, Joe, certi cavalloni! Persino i traghetti per Porto Torres e per Bastia dondolavano sulle onde. Ricordo anche quella pilotina che, perso l’ormeggio, sbattè parecchie volte contro la banchina di cemento e poi iniziò lentamente ad affondare sotto lo sguardo esterrefatto del proprietario che accorreva impotente, urlando irripetibili bestemmie.
Assistemmo in silenzio alla rovina del natante, incapaci di commentare la furia del mare. Ma ad un certo punto Rubi diede un’occhiata all’orologio e, con urgenza nella voce, disse:
- Belin ragazzi, sono le tre e dieci! Allora andiamo? Non vogliamo mica fare tardi con il treno. Ce n’è uno alle quattro e mezza e quello dopo è alle sei e quaranta e arriva a casa alle nove passate. A quell’ora, chi lo racconta a mio padre che siamo andati a fare una scampagnata a Carmo Langan? – si chiese accigliato.

Eccoci dunque a passeggiare con falsa noncuranza nel carruggio. Sopra le nostre teste sventolavano i panni stesi al sole freddo di quel pomeriggio ed intorno a noi uomini e donne offrivano la loro mercanzia, chi con fare circospetto, chi con sorrisi invitanti. Noi commentavamo a voce esageratamente alta e ridevamo sguaiatamente per un nonnulla mascherando così la nostra insicurezza. Ma le ragazze sapevano il fatto loro e deliziandoci con la vista dei loro attributi fisici, generosamente esposti, ben presto ci fecero perdere ogni remora. Dopo aver stabilito i turni, sparimmo su per quelle scale strette, rimbombanti delle voci di Ciotti e Martellini e permeate dell’odore del ragù cotto per il pranzo della domenica.
Giusy, così mi disse di chiamarsi, avrà avuto trent’anni. Mora, piccola, ben fatta, i capelli lunghi sulle spalle, gli occhi scuri, indagatori, il naso aquilino e due labbra piene color carminio. Mentre le chiedevo intimidito il prezzo del suo favore, non riuscivo a staccare gli occhi dalla sua generosa scollatura. Lei, che naturalmente aveva già inquadrato il soggetto, sorrideva e ad un tratto prese la mia mano e l’accompagnò per un breve tragitto sulla sua coscia, dal ginocchio verso l’inguine. Poi mi disse quanto voleva. Era tanto, forse troppo, ma in me, a quel punto, la curiosità era diventata urgenza ed acconsentii.
La mia prima alcova fu una stanzetta in penombra, male areata da una finestrella che dava su un cortiletto interno, con i muri tappezzati di carta arabescata amaranto lacerata in più punti. Lo scarno arredamento comprendeva un letto a due piazze su cui troneggiava una grande bambola vestita di tulle nero, un paio di seggiole impagliate ed un comodino con un’abat-jour ed una radio a transistor, da cui Battisti ci assicurava con voce cantilenante che no, non era Francesca!

Cercai goffamente di stringerla a me, ma ricevetti una leggera spintarella e la richiesta di pagare in anticipo. Quando ebbe in mano le mie quindicimila lire, sembrò soppesarle per un attimo poi disse:
- Se sei sincero, ti faccio lo sconto di cinque sacchi! Ma devi dirmi la verità: è la prima volta, vero?
Balbettai qualche parola incomprensibile per nascondere il mio imbarazzo. Lei iniziò a piegare con cura le banconote per riporle nella borsetta.
Diamine, cinquemila lire erano cinquemila lire e poi, vuoi mettere, la considerazione degli altri quando avrei raccontato di un tale favore? Con un soffio di voce ammisi che era la prima volta.
- Come hai detto? Non ho sentito bene. – insistette lei sorniona.
- È vero, ho detto, è la prima volta che... che... sì, insomma, che lo faccio completamente. – chiarii chinando gli occhi.
Posò i soldi sul comodino e mi strinse a sé. Poi ricordo solo i miei movimenti impacciati ed i suoi, invece, sicuri e il suo viso che spiava con tenerezza il mio, arrossato, il mio respiro che accellerava, il mio spasimo finale che, ahimè, giunse molto in fretta.
Durante quei brevi minuti, fino a che il mio ansimare non si fu placato, continuò ad accarezzarmi i capelli con dolcezza.
Credo che le dissi di amarla e che sarei tornato la prossima domenica a trovarla.
Si volse verso il comodino, prese la banconota da cinquemila lire e me la porse:
- Vestiti, fammi il piacere! Vestiti e scendi da solo che voglio fumarmi una sigaretta tranquilla – mi rispose con un’espressione tra il tenero e l’annoiato.
Ci andammo, Joe, eccome! Che mareggiata quel giorno!

Danilo Sidari

di Giorgio Viaro

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