Magazine Lunedì 22 agosto 2005

La storia del mondo in sei bicchieri

Magazine - L’estate sta ormai tirando le cuoia e il “libro da spiaggia” si prepara ad andare in letargo: con le temperature più miti tornano in auge quei libelli che richiedono una buona dose di neuroni, ed ecco allora che Una storia del mondo in sei bicchieri di Tom Standage (Codice Edizioni, 225 pagg., 22 Eu) si propone come una lettura perfetta per il passaggio dall’ombrellone all’ufficio.
La materia è scientificamente ineccepibile (la Storia con la maiuscola, in questo caso) ma il taglio è da Focus. Il risultato? Godibilissimo.

Una storia del mondo in sei bicchieri – che, lo chiarisco subito, è un saggio storico in tutto e per tutto – riorganizza e racconta le vicende dell’umanità da un’angolazione del tutto originale, analizzando cioè le varie fasi della storia attraverso le bevande tipiche di ogni periodo.
Birra, vino, rum, caffè, tè e cocacola scandiscono la vita dell’uomo spiegando il perché non solo di comportamenti atavici, ma persino di guerre e rivoluzioni. Fino ad arrivare a scoprire (provocazioni, ma neanche tanto) che l’invenzione della scrittura si deve alla birra, lo sviluppo del pensiero greco al vino, l’indipendenza degli Stati Uniti al rum e il comunismo in Cina all’adorazione inglese per il tè.

Vi ho incuriosito, eh?
Ad esempio lo sapevate che è probabilmente nata prima la birra del pane? L’uso di una bevanda fermentata di malto di frumento è infatti antichissimo, si parla di neolitico. Pare che una dieta a base di birra abbia favorito l’evoluzione dell’homo sapiens da cacciatore ad agricoltore, dato che le vitamine di cui è ricca sostituiscono efficacemente quelle di origine animale. Mesopotamici ed egizi poi erano dei veri e propri appassionati di birra: mancava ancora il luppolo, ma già il menù proponeva 17 tipi differenti, compresa una proto-doppio malto.
E servivano a contabilizzare le scorte di frumento per la birra i primi esempi di scrittura conosciuti: 3400 anni prima di Cristo.

Fu invece il vino ad accompagnare lo sviluppo di quel pensiero filosofico-politico che pose le basi dell’Occidente: i celebri simposi (ricordate quello di Platone?) altro non erano che mega-aperitivi a base di vino. Il fatto poi che l’obiettivo principale di tali gozzoviglie fosse la ricerca della saggezza propone a mio parere una scusa utilizzabile ancora al giorno d’oggi.
Ed è per vendere le loro bottiglie – pardòn, anfore – che i Greci navigarono in lungo e in largo per il Mediterraneo, spargendo le loro idee ai quattro venti. Unica pecca di questo gran popolo: consideravano barbaro bere il vino senza mescolarlo all’acqua. Particolare agghiacciante: a volte anche di mare.

Il capitolo dedicato ai superalcolici è senz’altro uno dei migliori. Siamo ormai nel Seicento ed il mondo si è allargato. Nascono bevande globali come il rum – dalla melassa di canna da zucchero caraibica.
Il rum sancì la supremazia navale inglese. Il liquore veniva infatti dato alle ciurme di Sua Maestà sotto forma di grog – rum, acqua, zucchero e limone: una sorta di daiquiri annacquato – mentre i marinai della nemica Francia bevevano cognac. Risultato: gli inglesi vennero risparmiati dallo scorbuto grazie al limone del grog (ancora non si sapeva che proprio il limone ne fosse la cura), i francesi invece si appassivano e arrivavano in battaglia deboli deboli.
Se il rum fu alla base delle fortune dell’Impero, lo fu altrettanto delle sue sfortune. I coloni americani – ghiottissimi di questo liquore – cominciarono ad aggirare le leggi della madre patria proprio per importare di contrabbando la melassa francese, che costava due lire. La Molasses Act, che tentò di imporre lo zucchero inglese ai coloni, fu il primo dei tanti madornali errori di calcolo che portarono dritti alla rivoluzione americana.

Il tè non fu da meno. Per un qualche curioso ghiribizzo del destino gli inglesi se ne innamorarono alla follia: l’economia dell’impero fu a tal punto dedicata al tè, che alla fine del Settecento costava meno bere questa bevanda – proveniente dalla Cina e addolcita con zucchero dei Caraibi – che produrre birra con il frumento di casa. Come vedete la globalizzazione non è solo dei nostri giorni.
C’è di più. Gli inglesi per approvvigionarsi di tè cominciarono contrabbandare oppio in Cina, non senza abbondanti dosi di tangenti. Quando il Celeste Impero fece notare la discutibile etica della questione, l’Inghilterra mandò la flotta e li fece a pezzi, prendendosi Hong Kong. Fu l’inizio della disgregazione dell’impero cinese, che cent’anni dopo darà i suoi frutti con la guerra civile fra Mao e Chiang-Kai-Shek.

Il libro si conclude con il gustosissimo capitolo dedicato alla bevanda americana del secolo americano: la Coca-Cola. Talmente americana che durante l’ultima guerra mondiale fu esentata dal razionamento dello zucchero, in quanto la fornitura di Coca ai soldati veniva considerata cruciale come quella delle pallottole. Nel corso del conflitto vennero installati 64 impianti d’imbottigliamento a seguito delle truppe, e i distributori automatici vennero modificati per poter essere imbarcati perfino sui sommergibili.
Talmente americana che il golosissimo generale russo Zhukov – il vincitore di Stalingrado e Berlino – per non essere accusato di bere bevande “imperialiste” chiese (ed ottenne) da Truman di avere della Coca “travestita”: trasparente, dentro bottiglie da vodka e con tanto di stella rossa sul tappo.

Insomma, una lettura che scorre veloce e agile: ci vuole un minimo di infarinatura storica, ma niente che non si possa risolvere con i ricordi di scuola. E, come chiude Standage, «la prossima volta che vi portate alle labbra una birra, del vino, un liquore, un caffè, un tè o della Coca-Cola ricordate che contengono molto più di semplice alcol o caffeina. C'è anche la storia, nel turbine delle loro profondità».

di Giulio Nepi

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