Concerti Magazine Venerdì 12 agosto 2005

Denuncia pt. 2

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Lasciate che continui a parlare dello stato della musica in Italia, ed in Liguria nello specifico. Lasciate che continui ad urlare al vento quello che è sotto gli occhi di tutti, senza che nessuno se ne renda conto. Io stesso ho dovuto lasciare che qualcuno mi obbligasse a sbattervi la faccia, per accorgermene e conoscere la verità. Ma ora finalmente vedo con occhi più trasparenti. Ora mi illudo di sapere qualcosa in più, e voglio cercare di comunicarlo.
Ho già accennato in precedenza i problemi a cui vanno incontro i gestori dei locali che vogliono far suonare dei gruppi dal vivo. Orari sempre più proibitivi, licenze, diritti SIAE. Un musicista che voglia proporre la propria musica dal vivo si deve battere con tutti questi problemi, ma non solo. Non è finita qui.
Finora ho tralasciato un argomento di importanza fondamentale. Finora ho affrontato il problema dal punto di vista del locale, ed è giunto il momento di guardare i musicisti. È giunto il momento di far notare un altro, enorme e mai citato problema. La venuta dei DJ.

Sia chiaro fin da subito che non sto parlando dei paladini della musica elettronica, che sono poi dei veri e propri musicisti, ma di semplici dj magari improvvisati che, con una console davanti o un comune impianto stereo decente, allietano l’atmosfera musicale di un locale diffondendo per l’aere canzoni vecchie e nuove, e più o meno famose.
Ad un proprietario di un locale, un dj costa decisamente meno di un gruppo che suoni dal vivo. Occupa meno spazio, non sporca, non propone pezzi propri che quindi rischierebbero di non soddisfare la clientela. In poche parole, un dj sembrerebbe essere il classico “uovo di colombo”: tutti se ne vanno soddisfatti. Gestore, dj, avventori.
Il gestore è contento perché spende tanto quanto spenderebbe per pagare un gruppo, ma ha meno gente per il locale che avanza pretese assurde (il gruppo), e allo stesso tempo ottiene il tutto esaurito. Il dj è contento perché viene pagato bene per mettere dei semplici dischi, lui che magari non sa nemmeno usare decentemente la console. Il pubblico è contento perché ascolta, in un locale pubblico, una canzone di un artista che conosce bene senza che qualche gruppo sconosciuto gliela rovini nel caso capiti in una serata “tributo a XYZ”. Tutti sono contenti. Il problema, allora dove sta?

Il problema in realtà è enorme, ed è tutto per coloro che della musica fanno o vorrebbero fare la propria professione. Con l’aumentare di situazioni come quelle descritte sopra, un musicista avrà sempre meno luoghi dove proporre e suonare la propria musica, e sarà sempre visto come una persona che chiede tanto per quello che propone. Verrà sempre paragonato ad un ragazzetto che “mette sù” dei dischi ottenendo molto di più.
Ma nessuno si fermerà mai a riflettere alle ore che il musicista ha dedicato, nel corso della sua vita, ad imparare il proprio strumento. Nessuno si fermerà a pensare che per suonare alle 21 in un locale, un gruppo composto da quattro musicisti dovrà iniziare a preparare i propri strumenti alle 17, trasportarli a proprie spese fino a destinazione, preparare gli strumenti in un palco che quasi mai soddisferà le proprie esigenze, elemosinare una cena e, dopo tutto questo, invece di potersi finalmente riposare, dovrà salire su un palco ancora al massimo delle proprie potenzialità per suonare al meglio delle proprie capacità, e questo perché il pubblico non perdona mai un errore quando si suona dal vivo.
Nessuno penserà che una cover sia stata suonata meglio del pezzo originale che “ha sempre e comunque il suo fascino”. Nessuno capirà mai tutti gli sforzi che deve fare un musicista, i salti mortali che deve compiere per essere degnamente pagato per il servizio che sta offrendo.
Un concerto di circa due ore è preceduto da almeno tre ore di preparativi. E poi, finite le note dell’ultima canzone, bisogna mettere tutto a posto. Riportare tutto a casa. E questi sforzi, pensiamoci un attimo, quando mai vengono giustamente ricompensati? Quando si è alle prime armi, spesso si suona gratis con la motivazione di farsi conoscere. Ma poi? Cosa succede poi?

La realtà è che la musica viene sempre più concepita come un prodotto finale ottenibile tramite una catena di montaggio, e non come il risultato dell’ispirazione di un artista che cerca di trasmettere le proprie idee, emozioni e pensieri, attraverso accordi di settima o diminuiti. Si sta cercando insomma di volgarizzare e industrializzare la musica. Ma la musica è ispirazione, è sudore e fatica, è improvvisazione, è tutto questo e molto di più. Non può sparire. Non deve.

Un gruppo dal vivo, per quanto sia ancora alle prime armi, vale più di dieci dj, vale più di cento impianti stereo lasciati quasi in balia di se stessi. Un gruppo dal vivo è la dimostrazione che la musica è ancora viva, e che non scomparirà.
Al prossimo concerto a cui assisterete, guardate la stanchezza fisica negli occhi dei musicisti che suoneranno davanti a voi. Andate a stringere loro la mano a fine serata. Magari non sarà con quello che convinceranno il gestore del locale a farli suonare un’altra volta. Ma chissà. Chi può saperlo? A volte basta così poco…

Daniele Assereto

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