Il Giappone via Genova - Magazine

Cultura Magazine Venerdì 15 aprile 2005

Il Giappone via Genova

Magazine - Chiudono domenica 21 le quattro mostre che Palazzo Ducale dedica al Giappone, Hiroshima-Nagasaki. Fotografia della memoria (Cortile Maggiore), Manifesti d'artista. 1955-2005 (Sottoporticato), Avvolti nel mito. Tessuti e costumi fra Settecento e Novecento dalla collezione Montgomery (Appartamento del Doge) e Capolavori dal Museo Chiossone. Stampe e dipinti Ukiyoe 1660-1860 (Appartamento del Doge).
Le diverse sezioni resteranno aperte con orario 9.00-21.00. La biglietteria chiude alle 20.00.


15.aprile.2005

L’impero dei segni è tra noi.
Il Giappone e la sua cultura abitano da oggi a Palazzo Ducale e resteranno tra queste mura fino al 21 agosto. Giappone. L’arte del mutamento è la prima parte del progetto triennale dedicato al Sol Levante e voluto dalla città di Genova nell’anno che vede l’Italia festeggiare i 50anni dell’Accordo Culturale con il Giappone e l’Europa celebrare l’Anno dell’Amicizia con i giapponesi. Un’articolata manifestazione che, prendendo le mosse dalla preziosa collezione del Museo d’Arte Orientale E. Chiossone, si compone di quattro mostre diverse per epoca, tipologia e allestimento: Stampe e dipinti Ukiyoe 1660-1860 (dal Museo Chiossone), Tessuti e costumi tra Settecento e Novecento della collezione Montgomery, Manifesti d'artista. 1955-2005 (sono esposti i lavori di 60 autori, la più grande esposizione mai realizzata. Cinque di loro, in segno di amicizia, hanno mandato altrettanti lavori dedicati alla manifestazione genovese sono: Kazumasa Nagai, Masuteru Aoba, Shigeo Fukuda, Shin Matsumaga e Mitsuo Katsui) e Hiroshima-Nagasaki – fotografia della memoria.

Roland Barthes nel ’70 dava voce al suo incontro con il Giappone ed i suoi tratti (grafici e linguistici) in un importante saggio dal titolo, appunto, L’impero dei segni (Einaudi, 1984). Sono proprio i segni siano essi inscritti su stampe, realizzati su tessuti, su lacche o espressi sui manifesti, l’arte del Giappone. Un’unica virtuosa attenzione alla cifra, alla grafia, al ritrarre (simboli, umani, o ideogrammi) contraddistingue un popolo nel suo percorso storico di modernizzazione partendo dalle stampe e dipinti Ukiyoe (1660-1860), passa attraverso le trame di tessuti e costumi (fra ‘700 e ‘900), arrivando fino ai manifesti d’artista tra il 1955 e oggi, e ci racconta un mondo e un modo di guardare alle cose.

Un modo mai superficiale. Un modo sempre ponderato e incluso in un passato, in una tradizione, in una serie di avi che vegliano e spronano le generazioni successive a fare di più e di meglio, senza dimenticare. Un’arte che crea e modella attraverso la stilizzazione di situazioni e significati, simbolici o religiosi, con un’eccezionale abilità e competenza grafica. Ecco cosa colpisce l’occhio visitando le mostre allestite a palazzo: l’importanza del segno sia esso icona, astrazione, commento, messaggio pubblicitario o umanitario. Il loro è un di-segno che implica sempre una minuziosa cura del dettaglio formale, in un’arte che non rappresenta la realtà, la studia e la supera reinventandola, la ferma come in uno scatto fotografico e già la interpreta e le infonde una dimensione propria e altra. È ancora Barthes a soccorerci con il suo testo quando, spiegando la differenza fra le lingue occidentali e il giapponese, ricorda la capacità di quest’ultima a distinguere l’animato (umano e/o animale) dall’inanimato permettendo quindi, a livello strutturale della lingua, che i personaggi della finzione siano ricondotti alla loro qualità di prodotti, “segni recisi dall’alibi referenziale per eccellenza, quello cioè della cosa vivente”. In questa dote linguistica votata alla separatezza risiede forse la spiegazione dell’estraneità al reale che trasmette l’arte nipponica, divaricazione che, tuttavia, non esclude, anzi sottolinea, una forte continguità con il vivere dell’umano.

Si potrebbe azzardare e dire che i Giapponesi sono sempre stati dei grafici e che la mostra Manifesti d’artista. 1955-2005 non è altro che una versione contemporanea (più colorata, disinibita e audace) di un’arte e di un’abilità costruita e tramandata di generazione in generazione, applicata ai più diversi materiali e rivolta a comunicare i più diversi messaggi di buon augurio, buona fortuna, protezione, pellegrinaggio, e la lista sarebbe ancora molto lunga.

Questo Oriente che come Genova vive la contraddizione del suo essere topograficamente lineare e dunque soggetto a variazioni climatiche estreme, per esempio, o come Genova e l’Italia ricco di un passato ingombrante e fastoso, a differenza di Genova, dell’Italia e di noi occidentali parla tramite la sua arte di qualcosa di superiore all’umano singolo e trasmette un senso del collettivo, un’attenzione altissima al rituale, una capacità di digerire e rielaborare antiche lezioni senza tradirle ma rinnovandole, tutte concezioni a noi, votati al culto della personalità artistica individuale, aliene.

Per me, prima di ogni altra cosa, il Giappone è stato buono da mangiare.
Il maki o il sashimi, certo non la Tempura, li ho considerati a lungo un privilegio, nettare degli dei per umani. I troppi particolari, la persistenza del minuscolo nelle illustrazioni o stampe invece mi ha spesso infastidito e respinto.
Oggi, passando per la via a me più vicina, il contemporaneo espresso dai manifesti, incontro il Giappone buono da guardare, spesso da vicino e per un tempo possibilmente lungo, un’arte applicata il cui prodotto non è mai casuale o scontato, ma frutto di un lungo ponderare.

La manifestazione prevede una nutrita serie di e una mostra al Museo Chiossone, sempre dal 16 aprile al 21 agosto, dal titolo Acqua Fuoco Luce Fiori. Bronzi dall'Antichità al XIX Secolo, a cura della direttrice del museo Donatella Failla, su cui torneremo con un approfondimento in seguito.
Sull'idea e la curatela del progetto leggi anche Leggi l'articolo e Leggi l'articolo

Nelle immagini: Shin Matsunaga - "Capricci dsi carta", (1995) particolare; Katsumasa Nagai - "Vita" (2002); in alto Tadanori Yokoo - "Cultura Giapponese del dopoguerra 1945-1995" (1995), manifesto per la mostra al Museo d'arte di Meguro, Tokyo

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