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Attualità Magazine Giovedì 11 agosto 2005

Vacanze genovesi

© Christian Tripodina

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Quattro giorni a Genova.
Sono in ferie!
Quattro giorni a Genova.
E non per un fine settimana sbocconcellato, per un sabato alla rincorsa e una domenica stiracchiata.
Quattro giorni a Genova.
Quattro giorni a casa con la mia famiglia, dormendo in un letto che da due anni non è più il mio, appoggiando i vestiti in un cassetto vuoto come fa un ospite in visita.

Quattro giorni per rallentare, prendere fiato, immergermi nella realtà di una città, che mi sta cambiando - letteralmente - sotto il naso, dove comincio a non trovare più alcuni negozi o quel posto tanto carino dove mangiavo a pranzo ai tempi dell’università.
Sabato sera trovo chiuso anche Mentelocale.
Avevo voglia di un punto fisso, delle poltroncine rosse a gruviera e di musica sottile, ma mi sono scordata che d’estate la movida genovese se la prende il mare, a levante o ponente, nei bagni in corso Italia che la sera diventano un brusio di drum & bass e parole.

A Nervi, dove torno una manciata di giorni al mese, la gente sembra volersi prendere la rivincita sui venti freddi che sferzano la costa d’inverno. Sono tutti fuori, tutti in giro e alle undici di sera non si trova più una panchina libera, mentre c’è chi attende pazientemente il proprio turno in gelateria o qualcuno monta le luminarie per la festa parrocchiale.

Quattro giorni a Genova per godermi il colore del mare che non è mai uno, lo stesso, riconoscibile ma che muta proprio come il mio umore quando sono qui.
Provo un’enorme fierezza per questa lingua di terra rosicchiata al mare, per le fontane e le piazze in cui inaspettatamente si allargano i vicoli. Fierezza per il meltin’pot di lingue e profumi, per la superbia, ad esempio, di Via Garibaldi che mostra i suoi tesori solo a un occhio attento dimostrandosi inaspettatamente ritrosa, per la quiete di Piazza delle Erbe all’ora di pranzo, con i tavolini di ferro scuro e sottile di una trattoria, coperti da tovaglie rosse, scosse dai capricci di un vento dispettoso. Ma nello stesso tempo ho imparato a guardare la mia città con gli occhi di chi ritorna e ne sente forte i contrasti.

Contrasti spaziali, tra i carruggi stretti e il sole a picco sulle teste dei turisti a spasso per l’ampia zona del Porto Antico e il colore delle facciate dipinte e ripulite che si affacciano sulla spazzatura ammucchiata dalla poca civiltà di alcuni, agli angoli di strade e al limitare di marciapiedi in cui precipitare.
Turisti a Genova: finalmente, famiglie dall’accento romagnolo che addentano focaccia in cerca dell’Acquario più grande d’Europa e un buon numero di stranieri, non solo giapponesi! con il naso per aria e lo stupore sul viso.
Sì, perché Genova è proprio bella, bella davvero. La si ama o la si odia, lo dico sempre a chi porto con me a zonzo. Non ha mezze misure, qui non esistono.
Me lo fa notare un amico: “Il Centro storico più grande d’Europa…il Museo del mare più importante del Mediterraneo…l’Acquario più grande d’Europa…” Ogni cosa è un “più”. Più grande, sporca, misera, bella, contrastante ma sempre con quel “più” davanti.

Sono tornata a Genova quattro giorni, quattro giorni in cui abituarmi al tempo che sembra scorrere più lento, cadenzato dalle giornate in spiaggia, dai nonni che rincorrono i nipotini in passeggiata a Nervi, dai pomeriggi che prendono vita oltre le cinque, quando la calura permette quattro passi e i negozi si riempiono per la caccia all’ultimo saldo.
Giornate che cominciano tardi e si concludono con l’aperitivo, mentre il sole scema all’orizzonte.
Sul treno che mi riporta a Milano, a metà settimana, una famiglia di Piacenza ha voglia di chiacchierare.
«Ma lei è di Genova?».
E io comincio: «Sì, ho trascorso quattro giorni al mare, quattro giorni...».

Cristiana Stradella

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