Magazine Martedì 2 agosto 2005

In viaggio con Aime

In questo tempo d’estate, di valigie con macchine fotografiche sempre più sofisticate, di viaggi dove il vedere sempre meno si accompagna al sentire, vorremmo offrire ai lettori che ancora devono partire per le vacanze un possibile sguardo. Uno sguardo impertinente seppur affettuoso, da portare con sé nel proprio bagaglio. Come una diversa consapevolezza.

Amo i viaggi. Anche se ogni volta, prima di partire, mi prende un’agitazione come se fosse la prima volta. (…) Il distacco della partenza, la partenza come morte, quante pagine sono state scritte su questi momenti spesso enfatizzati. Il partire di chi, come me, come molti di noi, viaggia per piacere o per curiosità, è un “partire per vedersi ritornare”, come cantava Vecchioni. Un addio fasullo. Lungo qualche settimana, forse qualche mese, mai una vita. Eppure, ogni volta, ci scopriamo più attaccati alle nostre cose che abbiamo d’attorno, più di quanto vogliamo ammettere. Più abitudinari di quanto pensassimo. Il viaggio ti strappa all’attesa, ti costringe, in qualche modo, a ricominciare.

È Marco Aime a parlare così nel suo libro uscito di recente per Ponte alle Grazie, che si intitola Sensi di viaggio. Colori, odori, incontri: c’è un modo diverso per conoscere il mondo.

Insieme a l’Incontro mancato (Bollati Boringhieri), quella che l’antropologo torinese sta compiendo è un’analisi sul nostro modo di muoversi, di viaggiare, di guardare dai finestrini dei treni o di entrare davvero dentro le case. Di viaggiare rimanendo a casa o di "sollecitare i sensi con i veri caldi inebrianti", di fotografare per collezionare o andare davvero a conoscere l’altro, altre razze, altre culture.

Seppur lo stesso Aime in Eccessi di culture (Einaudi), spesso abbia intravisto costruzioni ideologiche nel desiderio, a tutti i costi, di abbattere le differenze, quello che fa riflettere su questi possibili sguardi, è che spesso viaggiamo vedendo solo ciò che stiamo cercando, secondo un’immagine precostituita di quei luoghi. Come in una sorta di consumo visivo, di un’idea collettiva, che abbiamo di certe mete, sempre meno ci facciamo trasportare dal caso, quel caso che ci fa trovare nel "groviglio di gente di un suk, toccandosi senza doversi chiedere scusa, senza sentirsi violati(…) Pigiati, sfiorati, strisciati, dopo un po’ ci si sente parte di una comunità, di una specie. Per qualcuno è irritante. La corrente di esseri umani ti porta, al suo ritmo, lenta, e ti piace lasciarti trasportare".

L’imprevisto, il sudore, il viaggio fatto di odori, quello lo cerchiamo sempre meno. Cerchiamo dei “non luoghi” direbbe o, altro errore, nella diversità culturale cerchiamo l’esotismo.
È anche vero che, direte voi, per la maggioranza di noi sono possibili solo due o tre settimane di ferie all’anno in cui, uscendo da una vita frenetica e “pigiata” sugli autobus della nostra città, sempre più prevale la voglia di riposo su quella della scoperta. Ma abituiamoci almeno a non passare da un check in a un check out senza aver trattenuto un odore in più, (“un pane cotto sotto la sabbia”), o uno sguardo in più (“dita callose che impugnano la teiera rovente di braci”), “sfumature che la bocca impara piano a cogliere”.

Si può abitare anche ciò che non si conosce con una diversa educazione sentimentale per i nostri occhi da viaggiatori. Perché – come suggerisce Aime – muovendoti non rimani mai uguale.

Marina Giardina
di Daniele Miggino

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