Elisabetta Pozzi e Ritzos - Magazine

Teatro Magazine Martedì 26 luglio 2005

Elisabetta Pozzi e Ritzos

Magazine - Riproponiamo la recensione del recente monologo Fedra, presentato al Festival "In una notte d'estate" (Ass. Lunaria Teatro), sul sagrato di San Matteo, a Genova. Una versione aggiornata del mito proposta dalla penna del poeta greco Ghiannis Ritzos e interpretato dall'attrice Elisabetta Pozzi.
Ritzos e la Pozzi sono ancora protagonisti nel Festival Valle Christi, a Rapallo (GE), il , questa volta con un altro lavoro del poeta: "Il funambolo e la luna", un poemetto in nove parti ricchissimo di spunti drammatici, mosso e variegato come una partitura teatrale. Accanto alla Pozzi, Alessio Romano, Elisa Galvagno, Noemi Condorelli, Leonardo Adorni, Iacopo Maria Bianchini, Alessandro Mori. Musiche originali dal vivo Daniele D’Angelo, scene Tiziano Santi.


Ascolto i versi di Ghiannis Ritzos e la mente mi spinge verso alcune liriche di Eugenio Montale.

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari...
da Ossi di Seppia

Non c’è assonanza fra i due poeti, almeno non immediata tra i loro componimenti, ma guardo Elisabetta Pozzi, in scena per l’VIII° Festival “In una notte d’estate”, in piazza San Matteo, e la vedo nei panni di Fedra, e “l’animo nostro informe” - il suo, quello di Ritzos e quello umano - emerge dalla sua confessione iperbolica con “lettere di fuoco”. Questa Fedra che la stessa attrice sta portando in tournée da tre anni lavorandoci sopra di continuo è un unicum. Lei stessa lo spiega, con un coup de théâtre -introduzione alla rappresentazione - quando, prima di calarsi nei panni del personaggio, racconta in breve la vita tormentata di Ritzos, imprigionato e torturato perché comunista, vissuta in larga parte (15 anni) in esilio o in domicilio forzato e nel tormento di chi è esule in patria e ovunque nel mondo. Una vertigine fisica e sonora che parla di una passionalità respinta e che la Pozzi ci regala, accogliendo con tutto il suo corpo la necessità di travaso di passione della sanguigna Fedra nel suo algido desiderata e figliastro Ippolito. Ma c'è anche l'amore contrastato di Ritzos per la sua terra in questa Fedra. C'è tutto lo stupore greve e nefasto colto di fronte all'incomprensione d'amore, di fronte all'esclusione violenta.

La versione aggiornata del mito, che Ritzos ha donato alla poesia contemporanea greca negli anni settanta, è un grido e un lamento al contempo. Nel poemetto monologo (contenuto nella raccolta di 17 componimenti dal titolo Quarta dimensione, Crocetti Ed., 2001), completo di didascalie e descrizioni dei personaggi, composto da Ritzos (tra il ’74 e il ’75), la Fedra manifesta il suo amore, divenuto insopportabile tormento, al giovane e casto Ippolito in un calmo pomeriggio di primavera, in un tempo attualizzato dal traffico, dai lampioni, dalle sigarette e da un frigorifero, ma conservato nella sua universalità mitica grazie alla permanenza di elementi classici.

Quella che la Pozzi porta sulla scena sul sagrato della chiesa di San Matteo, è sì una confessione d’amore e di dedizione, ma anche un urlo disumano, a tratti bestiale, che proviene dalla profonda verità dell’animo denudato e liberato dai freni. È interiorità adorna di saliva, carne e sangue, cruda e vischiosa. C’è, nelle parole scelte da Ritzos per questa Fedra, una volontà di incarnazione, di assunzione viscerale dell’essere amato. Fedra vuole essere il pavimento su cui Ippolito si struscia, vuole essere il foro dentro cui lui penetra. Non c’è limite al voluttuoso e incontenibile desiderio di possedere e contenere l’amato. Di averlo nei minimi dettagli assunto nei propri occhi, sulle proprie dita e ovunque in ogni poro che il corpo possa prevedere.

La Pozzi in questa produzione raggiunge un duplice obiettivo artistico: restituisce grandezza alla parola poetica, pur rappresentando la scelleratezza e il tormento del personaggio. Indimenticabile la scena con il catino d’acqua dove la Fedra/Pozzi narra del furto della catenina con crocefisso di Ippolito: filo simbolico della sua passione che la trattiene, la lega e la soffoca; impronta che lei imprime tra i suoi seni; possesso illecito, frutto d’euforia e catena del folle, isolato. Lungo l'acqua che Fedra fa scorrere, ora dolcemente ora in modo furibondo, tra le sue dita, come tela di ragno, la catenina entra in scena, senza esserci, e con lei il tumulto che scuote la passionaria.
Ancora una volta riemerge nella mia mente Montale:

Trema un ricordo nel ricolmo secchio,
nel puro cerchio un'immagine ride.
da “Cigola la carrucola del pozzo” (Ossi di Seppia)

La Pozzi si lascia trasportare, si diceva, dai versi, dal delirio poetico e immaginario di Ritzos, guidata dalle sonorità narrative e trans, appositamente studiate, di Daniele D’Angelo, seguita passo passo, nelle diverse escalation emotive, da un progetto di luci protagonista insieme a lei sulla scena spoglia.

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