Magazine Lunedì 25 luglio 2005

Tra Bukowski e Fante

Quando per la prima volta ho sentito parlare di Fuori dalla porta, il primo romanzo di Marco Martinetti (), sono usciti i nomi di Bukowski e Fante. Come padrini non c’è proprio male, pensai.
Marco nasce a Torino quarantatré anni fa. Emigra in Lussemburgo a sedici e si avvia verso un’esistenza normale, borghese. Per lui tutto ciò si rivela semplicemente insignificante, perciò molla tutto e decide di vivere alla giornata, andando incontro agli eventi più disparati.
Il suo primo lavoro nasce dalla sintesi di queste esperienze. È un romanzo autobiografico. Per molto tempo Marco ha vissuto in piazza Colombo a Genova, per strada. Pare che abbia scritto Fuori dalla porta su una valanga di scontrini, miracolosamente trascritti in una seconda fase.

Il libro inizia con la decisione di mollare la famiglia e volare a Parigi. Da lì le pagine scorrono veloci tra dialoghi serrati, i personaggi più variegati e la descrizione di azioni quotidiane per la sopravvivenza. Una scrittura asciutta, essenziale, un ritmo incalzante.
Dopo il distacco dalla vita normale, c’è il tuffo dentro un’umanità marginale. Il suo sguardo illustra dall'interno l’emarginazione, la pazzia, la povertà, il sesso, l'alcol. Ce ne mostra la dignità. Schietto è l’aggettivo che viene in mente per primo, amaro il secondo.
Il fatto è che se la vita borghese fa schifo per la propria insensibilità, quella di strada è, sì, sincera, ma non certo romantica.

Quando uno gli chiede come ha fatto a resistere agli insulti di un passante cui chiedeva l’elemosina, Tony (l'io narrante) risponde: Non insultava me, ma se stesso. È difficile accettare che qualcuno sopravviva senza dover lavorare e rifiutando le responsabilità. Un uomo si guarda allo specchio quando mi vede. Una specie di Diogene insomma: Pare che un giorno il filosofo cinico abbia incontrato Alessandro Magno, il quale gli chiese di che cosa avesse bisogno. Diogene, che viveva in una specie di botte munito solo di un lanternino, rispose: «togliti dal mio sole». Ma si sa, le leggende hanno un sapore più dolce.

Traspare un grande disincanto. L’unica cosa cui Tony sembra tenere veramente è la scrittura. Forse la scrittura è il simbolo dell’espiazione, dell’unica via di salvezza, tanto che nelle ultime righe pensa alle figlie: In verità non sapevo se sarebbe stato un romanzo o semplicemente una lunga lettera per raccontare alle mie figlie qualcosa di me.

Nella foto: Marco Martinetti
di Daniele Miggino

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