Concerti Magazine Venerdì 22 luglio 2005

U2: quattro supereroi a San Siro

Magazine - Quando gli salgono sul palco, il boato è così forte e dilatato che, paradossalmente, quasi non lo percepisci.
Visti dal secondo anello blu del Meazza, i quattro non sono più alti di un filo d’erba. Ma sono lì, li riconosci: se ti trovi su quegli spalti in una sera di luglio, dopo interminabili ore di attesa sotto il sole, significa che sei lì solo per loro. Li hai aspettati per anni e ora l’emozione ti stringe così tanto lo stomaco che per un attimo, quando focalizzi le loro sagome, non riesci ad articolare una sola parola.
Sono come quattro supereroi: ciascuno con la propria divisa e il superpotere d’ordinanza.
Sono qui, ora, e ci sei anche tu. Fino a qualche mese fa, .

È la seconda tappa milanese del Vertigo Tour. Come la sera precedente, San Siro è colmo: sono settantamila le persone strette intorno ad un palco nero e rosso, lungo quasi un centinaio di metri, alto quanto le tribune. Un colosso di lustrini elettrici e decibel, con decine di casse sospese nel vuoto ed un impianto luci capillarmente disposto.
Un aeroplano celeste attraversa più volte il francobollo di cielo sopra lo stadio e gira voce si tratti proprio di loro, intenti a spiarci.
I gruppi di supporto, Feeder e Ash, non se li fila quasi nessuno: bisogna provare le ola, cercare con il cellulare gli amici dispersi nel prato, stemperare l’attesa senza sgolarsi, torcersi le mani per l’ansia, quando sul tabellone di San Siro vedi avvicinarsi l’ora fatale.

Le luci scemano, in sincrono. E parte Vertigo. Non ce n’è per nessuno. Un inizio debordante: l’hai immaginato per mesi e non è come te lo aspetti. É un oceano di volte meglio. Perché a far tremare l’aria ci sei anche tu, che fondi la tua voce strozzata a quella inconfondibile di Bono.
I will follow e quasi cadi sulla fila sotto la tua. E poi Electrical Co. e New Year’s day. Finalmente, Mr. Hewson parla. In italiano: «questa è la nostra seconda sera. Ieri, è stato il nostro primo appuntamento. Stasera… facciamo l’amore». E proprio come un gemito di piacere, si innalza l’ululato di Elevation: la folla punteggia le parole chiave del testo, ogni cosa trema su soul, control, excavation, fino alla deflagrazione del refrain.
Predomina il buio, non è ancora il momento di far carburare gli effetti speciali, però succede qualcosa che nessun artifizio potrebbe eguagliare: All I want is you è uno di quei pezzi che non ammette repliche, di quelli “da accendino”. E Bono rincara la dose cogliendo dal pubblico, come un fiore, una ragazza: tenendola abbracciata, carezzandole le mani con le sue, un po’ tozze, da muratore, le sussurra in un orecchio You say you’ll give me/ eyes in a moon of blindness. Desiderio e delirio. Gioca con lei, costringendola a danzare, a girare insieme vorticosamente in circolo tenendosi allacciati per mano.

La grande parete alle spalle del gruppo si accende di luci strabilianti: con l’avanzare dello spettacolo, le figure luminose diventano più complesse, giocano con il basso di Adam Clayton, segnano il tempo della chitarra unica di The Edge, tracciando ghirigori metaforici in un tripudio di colori.
City of blinding lights colora la notte di cascate dorate. La toccante Sometimes you can’t make it on your own fa tendere le vene del collo di Bono e fa scoppiare le coronarie del pubblico, chiudendosi con un accenno di tradizione musicale napoletana.
Poi Pride, Where the streets…, Beautiful day chiusa dal ritornello di Sgt.Peppers, I still haven’t found… e una Sunday bloody Sunday che inonda palco e platea di efficaci luci rosse, con la batteria di Larry Mullen Jr. protagonista indiscussa.
Miss Sarajevo è una dedica accorata alle vittime londinesi del terrorismo: Bono si impossessa della parte di brano che fu di Pavarotti e intenerisce nuovamente migliaia cuori cantando in italiano.
Il suo impegno in ambito umanitario può essere considerato discutibile, ma credo non sbagli a metterci la faccia: la seconda parte dello spettacolo, dominata dal messaggio Coexist, è un continuo richiamo alla pace, alla tolleranza. Bullet the blue sky con un piccolo accenno a The hands that built America, Miracle drug, One dedicata con affetto a Papa Giovanni Paolo II («Lui mi regalò questo rosario, io gli feci indossare i miei occhiali»), Love and peace or else, Yahweh, The fly e perfino Zoo Station: un tuffo incredibile nello Zoo Tv Tour di più di dieci anni fa, spiazzante e fantastico.
Credi che nulla potrebbe rendere migliore la serata. Ci pensano With or without you e Original of the species, col suo andazzo beatlesiano, un’orchestra di venti elementi ed i cellulari che illuminano lo stadio «come un albero di Natale» (parola di Bono), a cementare le emozioni. Fino all’esplosione quasi catartica di All because of you (quanto l’hai aspettata!) ed al bis di Vertigo.

Fatichi a realizzare che sia tutto finito. La folla intona ancora l’ultimo brano, con convinzione, come se la band fosse tuttora sul palco. Il coro continua sulle scale, nel piazzale, in mezzo al bailamme dei venditori di cappellini e magliette, in macchina.
Riguardi le foto, un po’ sfocate, bruciate dal flash, buie. Ne conserverai poche, ma non potrai mai cancellare il ricordo di questo concerto, impresso nella tua memoria con colate di oro fuso.





Nelle foto: gli U2

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