Ugo Gregoretti interpreta Gadda - Magazine

Teatro Magazine Giovedì 21 luglio 2005

Ugo Gregoretti interpreta Gadda

«Ora lei andrà al suo lavoro. Ma vorrei pregarla di una cortesia: minimizzi, minimizzi. Se proprio vuole parlare di me mi tenga basso...»

In sala si ride e non solo su questa intelligente battuta conclusiva.
È Carlo Emilio Gadda a formularla, nell’ideale autoritratto, dal titolo L’inchino dell’ingegnere, che Osvaldo Guerrieri ha creato in forma di monologo narrativo e che Ugo Gregoretti ha portato ieri, mercoledì 20 luglio, sul palco del XXXIX° Festival di Borgio Verezzi (in scena anche il 21), al Teatro Gassman (Borgio), in veste di regista e anche di interprete.

Si ride ma non subito. All’inizio forse è per il tema: Gadda, o per l’interprete. Entrambi chiamano il pubblico ad un certo silenzio formale, presto rotto su alcune pungenti battute: aspre, dirette e cortesemente scostumate.

In soli 10 giorni, dopo la dipartita ufficializzata di Paolo Bonacelli, Gregoretti, forte della lunga esperienza e dell’affinità elettiva con il personaggio da interpretare è salito sulla scena, moralmente sostenuto dalla tecnica, un auricolare. «Per me è persino meglio. Sìii Bonacelli...» dice una spettatrice uscendo, «però lui è più griffagno!».
Da un episodio si passa ad un altro calamitati dalla figura di un anziano che parla di guerra, perché l'ha vissuta, di inquietudine sociale per non essere mai stato ricco, ma sempre disprezzato dai ricchi e dal popolo e, molto brevemente, di una madre troppo severa. Gregoretti procede nella narrazione con agio, schiarendosi la voce, o subendo l'effetto di qualche acciacco (tosse e raffreddore) che, voluto o no, è pertinente e persino efficace.

Il pretesto per il monologo-confessione si fonda sull’arrivo a casa dell’ingegnere di un giovane giornalista venuto ad intervistarlo. L’assente/assolto non ha ragione di esistere, perché Gadda potrebbe anche inventarsela la sua memoria storica - a tratti tiritera generazionale - dal momento che l’unica altra compagnia gliela fornisce la signorina Liberati, la «Hausdame». Seduto su una poltrona di vimini o sulla sedia della scrivania, Gadda si rivolge al giovane raccontandogli la propria esistenza, le scelte sbagliate, quella di diventare ingegnere, ma soprattutto una vita di sofferenze emotive e di grandi esclusioni. Parla del profondo disagio di un'esistenza vissuta male «per una forma biologica di irritazione verso l'ambiente, ...che nasce dall'inesistita giovinezza, nel senso che la giovinezza... è stata troppo, troppo ingrata con me». Errori e ingiustizie che lo hanno segnato al punto da essere giustificazioni valide alla vita ritirata e scontrosa, con cui è meglio noto alla storia.

Gregoretti, praticamente solo sul palco, su uno sfondo grafico curato da Flavio Costantini (artista e grafico genovese, di chiara fama, che conobbe e frequentò l’autore di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana), si mette in scena doppiamente avvalendosi di uno schermo, ben motivato in scena dalla presenza di un operatore TV, che prepara e piazza una telecamera a complemento del giovane giornalista. E così tutti a naso in su a guardare soprattutto la versione TV di questo lungo racconto, quasi fosse un collegamento.

Per chi ha voglia di guardare il teatro, lo schermo che inquadra Gregoretti a mezzo busto fa da coreografia, crea quell’azione che sulla scena non avviene. La gestualità delle mani, le molteplici espressioni e la tensione tutta del corpo, danzano e si intrecciano con il discorso. Per parte sua lo sfondo dipinto, confezionato da Costantini, (possibile ambiente casalingo da letterato), sfoggia alcuni, selezionati elementi tridimensionali: una scatola di biscotti Leibniz, un Pinocchio di legno, una bottiglia gigante di liquore Strega e uno scrittoio. Sono segni dei punti salienti del discorso, come "Leibniz", che è anche il filosofo preferito dallo scrittore o Pinocchio che Gadda confessa essere stato il suo avviamento all'educazione sessuale. Il resto è bidimensionale e crea alcune sottolineature alla storia: sui premi letterari per esempio, sul Caffé Giubbe Rosse e in genere su un Novecento ormai lontano.

È tutto su misura: misurato, composto e ben confezionato, ma non in modo ammiccante o da commedia bien fait. Un prodotto fatto ad hoc per rappresentare un autore che fu spietato e non sempre amato. Una piccola casa di bambole, impreziosita da un attore sui generis.

Il testo fa parte della recente raccolta L’ultimo nastro di Beckett e altri travestimenti (Aliberti Editore, 2004), in cui Guerrieri (giornalista e critico teatrale de “La Stampa”) partendo da episodi di vita vissuta, fa raccontare o confessare, modulando toni e registri linguistici, quattro protagonisti della letteratura contemporanea: Gadda, per l’appunto, Samule Beckett, Sibilla Aleramo e Ida Salgari, la moglie di Emilio.

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