Magazine Mercoledì 20 luglio 2005

Meglio morti che in coppia

© Edizioni Clandestine

Magazine - Gli acrobati, (Edizioni Clandestine, 2005) è un esordio.
Un libro da spiaggia, non nel senso deteriore dell’espressione, ma perché pieno del calore, degli odori e umori tipici del tempo trascorso in prossimità delle spiaggette e della salsedine rivierasca, al "frinio delle cicale", sotto un volo di gabbiani. Con il dolore e il piacere dei sassi rotondi caldi sotto i piedi, il libro scorre con la fluidità dell'acqua tra gli scogli.

Matteo Caropreso è il suo autore, un nuovo ligure che si affaccia sulla scena letteraria. Classe ’67, laureato in papirologia, Caropreso nella vita si occupa di tutt’altro: progetti sui beni culturali e restauro, ma la sua formazione classica e la passione per la lettura, con all’attivo dai 4 agli 8 libri al mese, lo hanno spinto alla scrittura. Prima di Acrobati si è cimentato in un lavoro sperimentale. Un romanzo complesso, sia dal punto di vista della struttura, perché fatto di prosa e poesia (per cui Matteo si è persino inventato un nuovo piede metrico), sia per l’intreccio. Frammenti d’istinto ha ricevuto una nota positiva dalla Garzanti che, però, l’ha giudicato troppo fuori mercato per un esordiente. E così è rimasto nel cassetto e nel frattempo un altro lavoro è in via di finitura.

Acrobati è un libro di poco più di cento pagine, tredici capitoli ed essenzialmente due filoni narrativi potenzialmente autonomi. È possibile lasciarsi trasportare, a capitoli alterni, lungo la storia di Giorgio dalla nascita all’età adulta, passando per le sue diverse esperienze con il femminile (dalla mamma, a “la ragazza esile del vichingo”, da Monica a Barbara, ecc.), e la storia di coppia di Giorgio e Francesca, alle prese con una quotidianità che li separa. Per contrasto alla leggerezza e solarità dell’atmosfera e degli ambienti, il romanzo si fonda su una densità di particolari, di fatti ed effetti psicologici che conducono nell’esistenza più intima del protagonista Giorgio, in due direzioni: quella del subconscio e quella della relazione fra l’io e l’altro.
E qui Matteo ammette: «Questo romanzo mi è stato un po’ imbeccato dalla rilettura, nel 2003, di un caso clinico di Freud, L’uomo dei lupi

Iniziato nel dicembre del 2003, Acrobati è stato scritto di getto «molto velocemente e senza rilettura. Sul treno da pendolare con il mio portatile. In principio l’intento era rivolto a una serie di racconti. Ho cominciato dal capitolo quarto (che doveva intitolarsi Martedì Grasso). Il quinto capitolo in realtà, doveva essere un altro racconto autonomo» e così arriva il capitolo sesto. A quel punto si ricomncia da capo e Marco scrive i primi tre capitoli per sopperire alle «carenze» sul personaggio di Francesca e poi per ricostruire una specie di scena originaria in cui collocare Giorgio.

Francesca, la moglie, è una giovane giornalista rampante, che però si arrampica sul belino del capo, mentre Giorgio, casalingo forzato dalla perdita del lavoro, «Trenta e uno licenziamenti, riduzione del bestiame...», la guarda in TV restando affascinato dalla bellezza e dall’intelligenza. «Da quando Francesca presentava il notiziario delle quattordici Giorgio non poteva fare a meno di incollarsi davanti al televisore per ammirarla e pendere dalle sue labbra, registrava persino tutti i telegiornali». Per Giorgio, Francesca è la dimostrazione di come le donne possano far carriera senza far marchette. Ma Giorgio non vede la vera Francesca, che si fa frugare tra le cosce, mentre brinda alla sua carriera con il suo capo. Giorgio non vede quella Francesca che non lo ama, non lo abbraccia e lo sfugge non per colpa della sua condizione di perdente, ma più semplicemente per se stessa, per un impulso più forte all’autoaffermazione, che la conduce lontano da lui e basta. Ma i risvolti saranno più intriganti.

La parte della storia dove Giorgio ricostruisce la sua infanzia e giovinezza è molto intenso, a volte deborda dai suoi confini, invade e prende più spazio della storia che parrebbe principale, quella di coppia. Ma qui l’autore si sente a suo agio e si lascia andare ad una scrittura che osa e spinge i confini narrativi per fare poesia, concedersi ad un flusso di coscienza, che più spesso è messa in scena di un dialogo, con un tu femminile privilegiato. Ora la madre, ora la moglie, ora la fidanzata del caso, non importa e non è mai chiaro, il fatto è che si tratta di un femminile, forse l'universale contenitore uterino, degno di una confessione e di un à rebours, dolce, patetico e in parte finale.

In alto un ritratto dell'autore. Sotto la copertina del libro, con un particolare dal dipinto di Vittorio Formisano, un autoritratto.

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