Figlie del precariato - Magazine

Attualità Magazine Mercoledì 20 luglio 2005

Figlie del precariato

Magazine - Leggi le altre notizie su di Cristiana Stradella

Giorgia è seduta accanto a me da una buona mezz’ora.
In questo ufficio spoglio, al quarto piano di un palazzone in centro, fa un freddo polare. L’effetto “bue/asinello”, di una decina di persone in 5 mq non è sufficiente a riscaldare l’ambiente.

15 luglio.

Fuori 33 gradi, di afa e umido, ucciderebbero chiunque. Invece qui la temperatura sottozero costituisce, probabilmente, la prima fase della selezione, quella naturale: chi sopravvive può ambire ad un contratto di lavoro.
Sto rischiando la broncopolmonite, ma l’offerta è davvero allettante: contratto a progetto di un anno.
Un intero anno di lavoro garantito!
Io e Giorgia ci troviamo nel corridoio per una boccata d’ossigeno, stavolta caldo tropicale. Un attimo dopo siamo in bagno, con i polsi sotto un getto d’acqua fredda. «Vecchio rimedio della nonna», dice lei, «Ah, le nonne...», rispondo io. Abbiamo rotto il ghiaccio.

Giorgia è un web editor. Giornalista, lavora da due anni nel centro servizi di una banca di Milano, contratto interinale all’inizio, a progetto dall’entrata in vigore della Legge Biagi. Il rinnovo? Arriva di 6 mesi in 6 mesi, se è “fortunata” una settimana prima della scadenza del contratto, altrimenti a ridosso, anche solo un giorno prima.
Niente di nuovo, per me è esattamente lo stesso e chissà per quanti altri.
Giorgia, dopo una laurea e una serie interminabile di collaborazioni e lavoretti, si è fatta 6 mesi di stage non retribuito nella redazione di una rivista mensile. L’esperienza a “pane e cipolle”, come definisce la difficoltà di mantenersi a Milano da Pordenone senza uno stipendio fisso, si è tradotta in un’assunzione. Il lavoro della vita. Va bene per quasi un anno, poi il mensile chiude i battenti e scatta il “liberi tutti”. La soluzione tampone arriva da un’agenzia interinale, un lavoretto tappabuchi, una sostituzione per l’estate a scrivere testi per un sito di banking on line.
Un lavoretto estivo che va avanti da due anni.
Nel frattempo la ricerca di qualcosa di più stabile. Il posto fisso? «Un miraggio, Cristiana, e chi lo pretende più?!? L’ottimo sarebbe perlomeno un contratto di un anno, magari un tempo determinato. Pensa… ferie e malattia pagate, un sogno!». Un sogno infatti. Un miraggio per chi non arriva a 900 euro al mese.
A Milano la soglia di povertà è fissata a 1000 euro.

Giorgia ha appena firmato la proroga del contratto, fino a Natale. «Uau!», le dico io. Ma lei non è felice, anzi. «Prendere o lasciare!», senza mezzi termini. «Solo una settimana fa mi avevano promesso un aumento», mi dice sconsolata, «lo consideravo il riconoscimento, per due anni di impegno, incondizionato, e invece…». Invece la proroga arriva ma sul foglio che Giorgia deve firmare non solo l’aumento non c’è, ma la cifra pattuita è perfino inferiore a quella che lei prende attualmente. «Faccio gli interessi dell’azienda!» le risponde il suo capo. Ma una volta la parola data non era un valore?

«È il 15 di luglio, Cri. Tra un po’ devo pagare l’affitto e ho ancora un paio di bollette in sospeso, che aspettano il 27 del mese. Dove lo trovo un altro lavoro a ridosso di agosto? Ho firmato, ma mi sento uno schifo. Poi ieri è arrivata la telefonata per questo colloquio e sono corsa qui, non si sa mai!». Mi fa un gran sorriso. Giorgia in questa opportunità spera davvero, di quella speranza disperata però, con una punta di rassegnazione, che ho visto in tanti occhi, anche nei miei.

Entrambe figlie della legge Biagi, siamo lavoratrici CO.CO.PRO., come dice l’intestazione del mio contratto. Sulla carta siamo libere di organizzare il progetto stipulato con i nostri rispettivi committenti, nei tempi e nei modi che preferiamo, non abbiamo un orario di lavoro determinato, possiamo perfino lavorare da casa e gestire autonomamente la nostra attività, previo raggiungimento dell’obiettivo concordato dal contratto. Sulla carta appunto. Ma questa non è fantasilandia e la realtà dei fatti è ben diversa: la giornata di lavoro è troppo speso dalle 8 alle 7, orario continuato, senza un minuto di straordinario retribuito, senza ferie né malattia pagate con il rischio che se hai la sfortuna di beccarti una brutta influenza, ti possano pure rescindere il contratto.

Trovo Giorgia ad aspettarmi alla fine del mio colloquio.
«Aperitivo?».
E la giornata finisce, davanti a una coppia di sontuosi cocktail alla frutta e a due piatti zeppi di stuzzichini. L’economica cena di una coppia di lavoratrici atipiche.

Cristiana Stradella

Potrebbe interessarti anche: , PEC facile per tutte le aziende con un software di progettazione interamente italiana , Come abbattere le barriere architettoniche con i montascale per disabili , Mastoplastica additiva: come affrontare al meglio il post operatorio , Msc Crociere per l'ambiente: prima compagnia crocieristica al mondo a impatto zero di Co2 , Addetto Ufficio Merci: il bando per il corso della Scuola Nazionale Trasporti e Logistica