Magazine Lunedì 18 luglio 2005

Gina Lagorio, la Liguria nel cuore

Ho conosciuto Gina Lagorio da bambina, e la ricordo affettuosamente col nome di Ginetta.
Era amica di mio Papà e la vidi più spesso quando ci trasferimmo, nel 1969, da Firenze a Genova.
Pressoché coetanei, Gina Lagorio e Umberto Albini si incontrarono presso una libreria di Savona, molti anni fa. Cercavano gli stessi autori, Baudelaire, Apollinaire, edizioni con commenti, un po’ speciali. Colleghi per qualche mese, insegnarono nello stesso istituto superiore savonese.

Diventati amici lo restarono attraverso la vita, senza mai perdere completamente i contatti. Appartenevano allora, negli anni quaranta, ad un gruppo di persone, basate nel ponente, interessate alla cultura, all’insegnamento, che avevano vissuto e vivevano un momento storico e politico estremamente critico. Non voglio definirli intellettuali, perché questa parola ha assunto un’accezione un po' aristocratica, e sia Gina che Umberto erano persone che vivevano in mezzo alla gente, condividendo paure e sofferenze del fascismo, della guerra e del dopo guerra.

Per me Gina dunque era ligure, e sicuramente un po' ligure si è sempre sentita, anche se era nata in Piemonte e da anni viveva a Milano. Parte della sua creatività fu ispirata dal primo marito, Emanuele Lagorio, di cui Gina seguì con dedizione e disperazione la malattia in Approssimato per difetto.

La scomparsa, avvenuta domenica 17 luglio, di questa scrittrice, a lungo amica di famiglia, mi ha portato una manciata di ricordi, che mi hanno stimolata a scrivere queste righe.
A casa ho tutti i suoi libri, e tutti li ho letti, a iniziare dalle Novelle di Simonetta che aveva scritto per la figlia primogenita e poi Un ciclone chiamato Titti, per Silvia, la seconda figlia. Libri carichi di affetto materno e verve giovanile. Gina aveva una grande voglia di scrivere, e difatto è autrice prolifica e variegata.
La sua passione letteraria la portò a conoscere Livio Garzanti, editore eclettico e geniale, che poi sposò.

Di nuovo il ricordo di Gina come Signora Garzanti è legato a mio padre, poiché egli collaborò per un certo tempo strettamente con la grande casa editrice e quando potevo lo andavo a trovare. Ebbi il piacere di condividere un paio di colazioni di lavoro con Lagorio e Garzanti e di apprezzare, oltre alla brillante e colta conversazione, la fine ironia, caratteristica di entrambi.

Amai molto La spiaggia del lupo, Fuori Scena, Tosca dei gatti e la mia passione di lettrice rimane legata soprattutto a queste sue opere dove una visione intimista, talvolta malinconica, sempre attenta e curiosa, dipingeva interni, personaggi, dubbi, poesia.
Anche Arcadia americana mi è cara, poiché fornisce una visione critica e smaliziata del paese numero uno del mondo, in cui ho vissuto a lungo.

Gina venne premiata a Peagna, (SV), un paio di anni fa, uno dei tanti premi di cui è stata onorata, ma che mi commosse particolarmente perché era un ritorno alla sua Liguria, dove aveva ancora casa vicino a Varigotti. In quell’occasione la presentava Silvio Riolfo Marengo, un'altra personalità che ha costruito la cultura ligure, ed è rimasto legato, attraverso la rivista Resine e molti altri contatti, alla nostra regione.

Mio padre ricorda, commosso, la Gina ragazza che ospitava a Savona, in via Roma, incontri di poeti e scrittori, una specie di salotto letterario, dove nacquero le amicizie e le affinità poetiche con Barile e Sbarbaro, stelle sempre presenti nelle memorie di Lagorio.

Pensando a Ginetta vedo una vita lunga, intensa, importante, provata anche dalla sofferenza, ma piena di soddisfazioni. Ricordo soprattutto, con ammirazione, una donna bella, intelligente e di grande classe: in poche parole affascinante, una giovane signora anche a ottant’anni.

Nella foto: Gina Lagorio
di Adriana Albini

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