C'è scoppiata una bomba in casa - Magazine

Attualità Magazine Giovedì 14 luglio 2005

C'è scoppiata una bomba in casa

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"Domani troviamo le bombe sul banco".
Si scherzava allora. E che ne sapevamo noi, 9 anni appena, che con certe cose non si scherza. Per noi "domani", in fondo, era un giorno come tanti altri. Anche se iniziava la guerra.
E la guerra cos'è se non le bombe? Ecco, "domani troviamo le bombe sul banco". Poi nei negozi non si parlava d'altro il giorno prima. Quello della scadenza dell'ultimatum. Si parlava delle distanze: "Non saremo troppo vicini?" "E se arrivano fin qui le bombe?". Qualcuno comprò quel pomeriggio 5 kg di farina, che "non si sa mai". Io mi comprai un panino al prosciutto e al primo morso dimenticai la guerra.
Il giorno dopo, le bombe sul banco non c'erano, ma le avevo viste in tv.
Verdi, come lucciole nella notte. Verdi, per fare sberleffi alla speranza.

La mia prima guerra l'ho vista in tv. Io allora avevo 9 anni, e non parlavo di politica. Della guerra sapevo l'esistenza solo per i racconti di mia madre, classe '38 con i ricordi delle sirene d'allarme, e per le pagine dei libri di storia.
Era il 1990, e sui banchi della mia scuola the day after, trovai solo i giornali.
E ci rimasi anche male.

Oggi, 15 anni dopo, la guerra la portano a domicilio. Nelle metropolitane, nei negozi, sugli autobus, nelle strade, negli uffici, la guerra, ora, la portano comodamente sotto il culo dei cittadini.
Confezionata in pratici pacchetti metropolitani, viene trasportata fin troppo facilmente da addetti al terrore che operano su tutto il territorio mondiale.
Sui banchi di scuola la guerra la trovi davvero. Ti svegli una mattina e i giornali parlano della tua città, della tua scuola, di te.

Alla fine della guerra del Golfo un compagno di classe portò "gli autografi" di Cocciolone e Bellini, i due piloti italiani rapiti in Iraq. Veri o falsi che fossero, ci fece le fotocopie e li attaccammo sul quaderno speciale "Diario della guerra" che stavamo curando ogni giorno.
Poi le maestre ci portarono anche alla base di Gioia del Colle, da cui erano partiti i Tornado italiani, affinché la nostra conoscenza della guerra fosse completa.

La guerra, allora, sono andati a cercarla, a collezionarla, a capirla, da lontano.
Oggi non ce n'è più bisogno. È la guerra che cerca me. Che cerca noi.

Manila Benedetto

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