Concerti Magazine Mercoledì 13 luglio 2005

Il ritorno dello 'Space Cowboy'

Genova sembra sia diventata di botto la capitale della musica: nell’arco di un mese, oltre al tradizionale con la sua marea di artisti nostrani, la città ha accolto nomi di grido internazionale come i , i e .
Ieri, martedì 12 luglio, alla stregua di un bel poker, è stata la volta di un altro nome d’eccezione: i Jamiroquai, in città per la prima delle tre tappe italiane del nuovo tour.
Che questo profluvio di eventi non sia altro che una nuova tromba dell’Apocalisse, aggiunta in appendice?
Gufate a parte, meglio godere dei miracoli quando avvengono, senza porsi troppi perché.
Ecco, allora, riempirsi degnamente, e senza grossi problemi, la piazza della Fiera del Mare: la formazione britannica capeggiata dal carismatico Jason Kay, spina dorsale della band, richiama fans appassionati anche al di fuori della Liguria.
Il look prevalente è quello da popolo della notte: tacchi, zeppe, magliettine attillate, capelli in tiro. La musica dei Jamiro è modaiola al punto giusto, ma il suo spessore è innegabile: Jay K ha praticamente il soul e il funky impressi a caratteri di fuoco nel DNA. Da Emergency on planet Earth del ’93, fino al recentissimo Dynamite, il ritmo dell’acid jazz miscelato con originalità a quello della musica nera sono il suo marchio di fabbrica.

Una buona mezz’ora di attesa, poi finalmente il gruppo compare sul palco in forma smagliante: Jason, con un cappello di piume verdi calcato sulla testa, zompa come un grillo. Alle sue spalle è stata allestita una pedana metallica simile a quelle usate dagli skateboarders, per consentirgli i suoi salti pseudo-acrobatici. Tre coriste portentose impreziosiscono le esecuzioni.
Cosmic girl fa girare la testa: la platea si trasforma in un attimo in un mega Cocoricò. La cascata di musica è incessante: Love foolosophy, Canned Heat, l’osannata Space Cowboy, Revolution 1993 Emergency on Placet Earth: la discomusic degli anni ’70 ha trovato nuova linfa. L’acclamatissima Little L ne è l’esempio più lampante.
Il pubblico si produce in coreografie, canta sempre con Jason: intorno a me vedo solo facce sorridenti.
Tantissimi brani di repertorio, quindi. Qualche lentazzo ottimo per accompagnare un tramonto sul mare, magari in dolce compagnia e con un fresco bicchiere di mojito in mano (Corner of the earth, Butterfly), e poi diversi brani del nuovo album (Electric mistress, Time won’t wait, Talulah), compreso il movimentatissimo singolo Feels just like it should.

Sul palco arriva un pallone da calcio: Jason non se lo lascia scappare e improvvisa una serie di calci di punizione in direzione della torre luci, esultando come Montella dopo tre o quattro goal immaginari.
L’eleganza di Virtual insanity rappresenta il culmine della produzione della band e l’esecuzione live è ottima. Ma la scossa di energia definitiva arriva con l’unico bis: una Deeper underground antologica, con un basso davvero scatenato. Manca solo Godzilla, per far tremare davvero l’impiantito.
Jay K, dopo aver asperso di sudore le prime file fin dal secondo brano, saluta il pubblico con sorrisi smaglianti e pugni sul cuore. La carica trasmessa al pubblico tarda a scemare: la selezione musicale proposta al termine del concerto tiene piacevolmente occupate ancora per un po’ le gambe dei presenti, alla faccia delle due ore due di balli indiavolati.





Nelle foto: alcuni momenti del concerto

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