Magazine Lunedì 4 luglio 2005

La grande sete

Da Il Secolo XIX.
Torna lo spettro della grande sete.
La situazione idrica nazionale può definirsi drammatica, ma anche in Riviera le cose non vanno bene: dopo un inverno in cui la piovosità ha lasciato davvero a desiderare e una primavera che non ha cambiato di molto la situazione, scatta anche in provincia di Imperia l'allarme siccità. L’agricoltura è in ginocchio. Allertata la Protezione Civile. Si va verso il razionamento.


Caro Cicìn, mi dispiace darti questa brutta notizia, ma dove sei tu, dall’altra parte del mondo, ti sarà sfuggita di sicuro. Quest’anno c’è stata una grande siccità, l’inverno è stato freddo e secco e la giàia (il fiume) è un misero beudo a confronto di qualche anno fa, quando passavamo il tempo sul ponte romano a pescare i cavedani al sole. Pure la fontana del Brakì che mai si doveva smorzare (che s’era fatto voto alla Madonna), ora pare un altare deserto e dentro i tubi ci fanno i nidi le vespe.
E la vasca del Licheo? Quella grande, che da sola bastava per quelle due o tre fasce di articiocche? E’ quasi secca e dal fondo, ogni tanto, spunta con una codata qualcuno dei pesci rossi che tempo fa i bambini avevano vinto al Luna Park.
Non so che faresti tu se fossi ancora qui, di certo una soluzione la troveremmo, come quella volta che abbiamo esposto il Crocifisso dei Bianchi ed è piovuto e tuonato per una settimana. Ma di sicuro la situazione è difficile e così alla fine l’hanno deciso, tieniti forte: razionano l’acqua.
Solo che i nostri colleghi, quelli che ci hanno sostituito al momento della pensione, forse per risparmiare un po' o per un tragico equivoco, si sono presi troppo sul serio e dal rubinetto la prima volta sono uscite due molecole di idrogeno e una di ossigeno.
Pensa un po' te che problema. Il caffè: una bomba H. Lo sciacquone del vicino di casa: meglio Hiroshima. Quando ho provato a farmi la barba m'è diventata subito bionda come quella dei tedeschi di Triora. Immaginati tu che confusione in paese.

E il giorno dopo? Invece di correre ai ripari ne hanno combinato un’altra che proprio non capisco. Questa volta avevano preso le cose troppo alla lettera: se prima dai rubinetti uscivano atomi ed era difficile metterli insieme in una molecola d’acqua, l’altro ieri invece, ho dovuto lavarmi i denti con una serie infinita di Q. Pensavo fosse colpa del dentifricio, l’“Erbadent P”, magari era un lotto difettoso, un errore di battitura. Invece no. Dal rubinetto del mio lavandino uscivano delle “Q”, da quello della vasca invece delle “U” e da quello in cucina delle “C”. Pensa che per bere un bicchiere d' “ACQUA” ho dovuto andare dalla vicina a farmi prestare un paio di“A”. E non me ne voleva neppure dare, per giunta, che sennò non riusciva ad innaffiare le gerbere. Come farò oggi a lavare la macchina?

Eh, caro mio, quanti anni sono passati da quando lavoravamo per l’acquedotto… noi due: i signori dell’acqua, i padrui de l’aiga…Eh, sì, perché a Taggia l’acquedotto è una cosa tutta speciale con quelle vasche poste in Castelu, in cima alla torre.
Non sapendo dove costruirle e dovendo necessariamente metterle in alto, gli architetti, dopo qualche notte insonne, pensarono bene di mettere le vasche dentro la vecchia rocca medioevale. Così protetta da torri e dai bastioni, l’acqua di Taggia era davvero inespugnabile, inconquistabile, invincibile. Mica da ridere: mentre in tutti gli altri paesi nei castelli ci costruivano teatri, musei e biblioteche, noi no, noi li facevamo ancora lavorare.

Ma è al terzo tentativo che i nostri colleghi l’anno fatta proprio grossa. Hanno deciso di razionare l’acqua in un modo davvero singolare: girava voce, infatti, che potevano bere, lavarsi, lavare il cane o la macchina soltanto quelli che avevano, nel cognome, un qualsiasi riferimento all’acqua. Così ecco che tutti cominciarono a vantare un cugino “Acquarone”, un nonno “Fontana”, una zia “Bagnasco”, anche di seconde nozze, ma anche cercavano parentele con i “Rivoli” , i “Baccini” e pure i “Marino”, i “Costa”, gli “Arena” erano ben visti. Infine, per metafora o perché suonava bene, anche i “Cola”, “Colasanti”, o “Coletti”, e addirittura i signori Fieschi da buoni genovesi, si misero a vendere secchi e borracce d’acqua. Ignorato invece chi si chiamava “Fognini”, “Canale” o “Fossa” e, tantopiù, “Secco”.

Certo che pure noi due, caro mio, ne avevamo combinato delle belle. Come quella volta che dovevamo mettere il cloro nelle vasche e ce ne salimmo lassù a farci un gotto di primo mattino. Com’era bello pensare che tutti, là sotto, appena svegli, avrebbero bevuto un po’ della nostra acqua e quanti e quali fiori ci avrebbero innaffiato. E che quel liquido freddo e scuro, non ancora illuminato dal sole, che toccavamo mollemente con le dita e che rispettavamo e veneravamo come un santo, era lo stesso che bagnava il viso delle nostre mogli e dei nostri figli, lo stesso che avremmo bevuto a casa e ci avrebbe dissetato. Decidemmo che andava già bene così, senza il sapore asettico e generico del cloro e lasciammo i grossi sacchi di cloruro a sciogliersi al sole, come la grandine d’estate.

Certo, caro Cicìn, dove sei tu adesso, di problemi con l’acqua non se ne parlerà proprio. Dicono che sia un posto fantastico, che vi crescano tutti i generi di piante possibili e immaginabili, e che siano sempre rigogliose e verdi in ogni stagione, anche se non piove mai. E il sole non è questo che asciuga le pozze dei troeggi e brucia le nespole e i miscmì, ma t’accarezza e ti culla, dopo tanta fatica. E, di sicuro, lì, nessuno ha bisogno dei “padrui dell’aiga”: se vuoi bere di certo trovi una fonte argentina che ti scorre vicino libera e vivace, senza essere rinchiusa in una torre inafferrabile.
Però, camminando in paese, riconosco e saluto ogni tombino, ogni saracinesca, ogni giunta del nostro acquedotto; e penso che anche la nostra vita come l’acqua alla fine sia passata tutta lì dentro: dalle alture della torre giù fino ad un lavandino di marmo, a riempire una pignatta che bolle, come quella che mia madre usava per preparare il minestrone.

Cari saluti, a se viemu (ci vediamo)
il tuo amico Abramu
di Giacomo Revelli

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