Magazine Lunedì 27 giugno 2005

La mosca bianca

Tempo incerto e spazio incerto. Una città che potrebbe essere Genova, in un futuro non troppo lontano, dominato dalla tecnologia e afflitto da una grave epidemia che miete vittime a livello planetario. Un’atmosfera apocalittica e surreale fa da sfondo al romanzo La mosca bianca di Attilio Sartori (De Ferrari editore, 16 euro), scritto nel 1985.
Philippe, Antonio, Laura e Alberto sono gli amici-protagonisti dalle tragiche storie personali che si intrecciano tra loro con pessimistico realismo, mettendo in evidenza la psicologia e i drammi esistenziali di personaggi ben costruiti che peccano, però, di un eccesso di manicheismo.

Philipe è troppo negativo, Laura troppo positiva, Antonio e Alberto meno definiti ma accomunati da una debolezza di fondo che li spinge ad appoggiarsi a Laura, pilastro del gruppo.
Amore e odio si confondono nel malessere generale di questo mondo dominato dalla follia innestata dal Grande Male, un morbo che, danneggiando l’apparato nervoso umano, sta minando l’ecosistema. L’inquinamento mentale da video e l’iconodipendenza stravolgono le coscienze, la paura per il futuro crea una nevrosi che spinge sempre più persone al suicidio.

Pessimistica anche la visione della politica e del “potere”: di fronte a questo nuovo flagello, il primo pensiero rimane vincere le elezioni e non toccare gli interessi economici dei grandi gruppi. Un mondo alla deriva e senza scampo, dunque, curiosamente osservato attraverso gli occhi di Betsabea, una mosca bianca moribonda che collega le storie e getta una luce inquietante, quasi profetica, su tutta la vicenda.

Un libro agile e ben scritto, disseminato di citazioni letterarie e di riflessioni filosofiche. La trama sembra un pretesto per fare un discorso più ampio sul futuro del mondo e dell’umanità, sugli effetti del progresso, sulle aberrazioni del nostro tempo, sulle debolezze e perversioni della natura umana. Le nostre menti riusciranno a sopportare e ad assorbire il bombardamento tecnologico e mediatico? Riuscirà l’ecosistema a conservare il suo equilibrio? Riusciremo a progredire senza autodistruggerci? Interrogativi ancora attuali ma non più originali. Probabilmente nell’85 questo era un terreno poco battuto, oggi, a distanza di vent'anni, queste argomentazioni sono purtroppo diventate luoghi comuni.
di Laura Calevo

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