Concerti Magazine Mercoledì 25 maggio 2005

Remake genovese

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Il cinema si sta riversando nella musica, ultimamente. Non mi sto riferendo alle colonne sonore, da sempre parte integrante di un buon film che si rispetti, ma alla “sindrome dei remake”. È innegabile che il cinema sia entrato in crisi, se assistiamo sempre più spesso alla proiezione di film che non sono originali, ma piuttosto semplicemente dei rifacimenti di vecchie pellicole o addirittura telefilm degli anni ’80. Quando le idee vengono a mancare, non si può fare altro che volgere lo sguardo al passato e cercare di sfruttare fino all’osso quanto di buono è già stato prodotto. Insomma, secondo me nella musica sta succedendo in questo momento la medesima situazione.

Non mi riferisco alle cover, con la definizione “sindrome dei remake”. Non soltanto.
Una cover è un modo che permette ad un artista di rendere omaggio a qualcuno che abbia significato qualcosa nella propria crescita musicale.
Una cover è anche un brano riarrangiato con sonorità differenti.
Una cover è bella da ascoltare, quando cala la sera in una calda serata estiva.
Non è quindi di questo che voglio parlare. Mi riferisco invece al rifacimento di interi album. Album che sono stati composti anni fa, e che un artista ripropone completamente quasi come se fosse un disco suo. Facendo i debiti omaggi all’autore originale, sia ben chiaro. Ma riprendendo comunque idee altrui. Volete qualche esempio? Ne posso fare ben due, che guarda caso sono strettamente legati proprio alla nostra città, proprio a Genova.

Pochi mesi fa gli scaffali dei negozi hanno visto ripresentarsi un disco intitolato Creuza de ma, ma non era di Fabrizio De Andrè. Era di Mauro Pagani.
Un bel tributo a Fabrizio, una bella voce a riprendere in mano quelle melodie in genovese oramai tanto care all’intero popolo ligure. Da rimanere affascinati, insomma.
Poi, pochi giorni fa, il secondo caso. Gli scaffali dei negozi sono stati testimoni della comparsa di Non al denaro non all’amore né al cielo, che ammiccava timidamente con i suoi freddi colori di copertina.
Ancora Fabrizio De Andrè. Ma questa volta, è Morgan a rendere il suo caldo tributo al poeta genovese. In entrambe le occasioni, la copertina richiama la veste grafica originale, forse per rendere un ulteriore tributo a quanto il passato ci aveva già regalato qualche anno fa.

Se da una parte non possiamo che essere orgogliosi del fatto che un nostro artista sia preso a modello da così tante persone, e citato non appena si parla di musica d’autore italiana, dall’altra non posso impedire che nel mio cervello nascano cattivi pensieri. Pensieri relativi alla mancanza di idee nei cantautori di oggi. Pensieri relativi allo sfruttamente fino all’osso di un qualcosa che ha avuto successo. Pensieri di dignità genovese.
Non me la sento di dire che siano dei brutti album, anzi.
Sempre più spesso mi accorgo che vogliano farsi notare tra tutti gli altri dischi che affollano la mia casa, ed io cedo volentieri alle lusinghe di quelle splendide melodie e di quelle ammicanti voci italiane. Ma nello stesso tempo non posso non pensare che, in tutto questo, rischi di esserci qualcosa di sbagliato.

A chi toccherà il prossimo album? Saremo sempre così fortunati dalla scelta dei musicisti? E sarà un Rimini, un Le nuvole o un Storia di un impiegato? Non ci resta che aspettare…

Pazuzu

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