Magazine Mercoledì 22 giugno 2005

I ragazzi di piazza Martinez

Sono gli anni Sessanta a Genova San Fruttuoso. In piazza Martinez, tra il Bar Cucciolo e la fermata dell’autobus, si ritrovano i ragazzi del quartiere. Quindici, sedici anni, l’età in cui «il futuro sembra un’invenzione dei vecchi per rompere i coglioni». Marco Grasso, nel libro Lo Zippe – i ragazzi di piazza Martinez (Le Mani), racconta le storie e l’atmosfera di quel periodo. Ripesca dalla memoria i suoi compagni di gioventù e ne dà un affresco divertente, ironico, a tratti un po’ nostalgico («ma è tipico di chi ha raggiunto i sessanta - scherza lui - ti sembra che il mondo sia cambiato, che sia tutto più brutto, invece è la vecchiaia che avanza»). Un libro che si legge ridendo, come si ride a parlare con l’autore, che oggi fa il fioraio al Cimitero di Staglieno.

Ogni epoca, ogni città, ogni rione crea e possiede un proprio linguaggio. La parola Zippe ha uno strano destino. Deriva da Zi’ Peppe, che in principio indicava una persona meritevole. Il tempo ha voluto che diventasse sinonimo di caccaro, tamarro.
Parte così, dalla descrizione dello zippe, una carrellata di personaggi avvolti nella leggenda, di situazioni al limite tra realtà e grottesco. I capitoli scorrono insieme ai nomi dei protagonisti: Califfi e Cerosillo, Tepossino, Rolli e Giuse, Amerigo e Dino “Merda”, Facchetti, Lelle, Firpo, Morena.

«Il fatto è che avevamo un sacco di tempo da perdere - dice Marco - e ci ingegnavamo per divertirci. Eravamo un po’ lazzaroni. Oggi, invece, la famiglia ha l’obbligo di far fruttare il tempo dei figli, mandandoli a calcio, in piscina, etc etc. Noi eravamo protetti dal non sviluppo».
Era l'epoca in cui in strada i ragazzi imparavano molto di più di quanto potessero insegnargli i genitori: «il retroterra culturale delle nostre famiglie non ci aiutava per niente». I ragazzi della compagnia andavano incontro al mondo partendo da quell’angolo di piazza Martinez. Lì incontravano Morena, un trans, «che ci terrorizzava e affascinava allo stesso tempo». Lì avevano formato una cricca con regole precise e severe, quasi militaresche («non proprio edificanti», continua Marco): c’erano i leader Massimi, i Minimi, e le Ombre (ragazzi che pur di entrare nella compagnia si mettevano a completa disposizione dei veterani).

Una delle storie più divertenti è quella in cui l’allegra brigata piazza sul pianerottolo di casa la Cinquecento di un ometto poco gentile. I bulli che arrivavano in piazza per vantarsi delle rispettive moto/macchine (specie che resiste senza traccia di ruggine al passare delle generazioni), erano destinati al ridicolo.

Insomma, Marco descrive con ritmo e leggerezza situazioni, dipinge caricature "da cappe", scherzi (a volte crudeli, ma non si riesce a prenderli seriamente), e fa ghignare come un Amici Miei in cui i protagonisti sono pivelli. In quarta di copertina, lo spirito del libro è racchiuso in una sempplice ma bellissima frase: Per non far marcire i fatti gioiosi, come ha detto Elias Canetti.

Nella foto: Marco Grasso
di Daniele Miggino

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