Magazine Lunedì 20 giugno 2005

La civiltà della ciambella

Magazine - Da Il Secolo XIX del 12/06/05

Rifiuti, l'impianto del futuro Ambiente. Sorgerà a Costa dei Frati, vicino a Beuzì, sul crinale tra Ceriana e Taggia, un impianto provinciale di separazione dei rifiuti con annessa una piccola discarica. E' questa la soluzione individuata dalla commissione ristretta dell'Ato - l'assemblea che comprende tutti i 67 Comuni imperiesi per la gestione dell'Ambito Territoriale Ottimale dei rifiuti, che coincide appunto con l'intera provincia - per smaltire le 120 mila tonnellate di spazzatura all'anno prodotte tra Cervo e il confine…

Il prof. Kruger dell’Università di Maberga non ha dubbi: si tratta della più grande scoperta archeologica degli ultimi secoli: in una zona ormai completamente desertificata - dove neppure un fico d’india, un cardo, una ginestra, riescono più ad affondare radici - una volta prosperavano ulivi, pitosfori e lavanda. Dove ora c’è una landa desolata di sassi strinati dal sole, un tempo fioriva una civiltà ricca e progredita. Come per tutte le grandi scoperte della scienza, tutto avvenne un giorno, per caso.
Passa di lì un’autostrada. E c’è pure una stazione di servizio. Ma un po’ per il calore eccessivo, un po’ perché non facevano un cappuccino come si deve, erano anni che nessuno ci si fermava e, anzi, tutti tiravano un po’ di più il motore, per uscirne prima: la gente non sopporta il vuoto.

Una sera il Cuxin Maxin, che ne tornava brillo da una delle sue al vicino Casinò di Montecarlo, accostò e scese per fare un bisognino. Tutto era buio e silenzio: neppure una cicala si sarebbe sognata di salire a Costa dei Frati e mettersi a cantare. Ma fu proprio tirando su la lampo che vide, in cima alla collina, illuminato in lontananza dai fari, un oggetto strano, circolare, tondo con un foro nel mezzo, che gli ricordò le ciambelle alla vaniglia di un bar di FontVieille.
Da lontano rifletteva una luce bianca e lattiginosa e, così semisepolto tra quelle dune brulle e desolate, poteva sembrare uno spicchio di luna, come in una vecchia foto della missione Apollo. Prese a correre per raggiungerlo e quando gli fu più vicino, tanto da ristabilire le proporzioni, s’accorse della sua perfezione: era una specie di ruota piatta da un lato e convessa dall’altro, come una lente. Non aveva mai visto nulla del genere.

Quella sera tornò a casa e si sentì più ricco, non per le fiches del Casinò, dove, per altro, aveva lasciato tutti i suoi risparmi, ma per ciò che quell’oggetto gli aveva stimolato: da dove veniva? Chi mai l’aveva portato lassù visto che doveva pesare quintali? Gli ricordava qualcosa che gli avevano raccontato da bambino, ma chissà, roba di trent’anni fa.
Smaltita la sbornia raccontò il fatto un po’ a tutti in Riviera: c’era chi non gli credeva, e chi, incuriositosi, cominciò a fermarsi per andare a vedere, con notevoli conseguenze sul traffico locale che ne risultò intasato.

Arrivarono dunque la stampa, i giornalisti e quindi sindaci papi sacerdoti esorcisti: ognuno aveva la sua, ognuno diceva qualcosa, che fosse un vecchio computer ad energia solare, un segno della vita ultraterrestre, un simbolo ancestrale di vita morte e miracoli. Improvvisamente quel luogo si animò di persone e c’era chi ci saliva in pellegrinaggio e ci dormiva la notte e i negozi vendevano magliette con l’effigie della “misteriosa ciambella di Beuzì”.

Fu l’emerito prof. Kruger a chiarire ogni dubbio. Si ritirò a Costa dei Frati con la sua equipe e cominciò a tirare misure, tendere fili a piombo con steccati e paletti. Poi cominciò a scavare lì intorno. Lentamente venne alla luce una verità lampante. Ecco che attorno al mistico salvagente comparirono oggetti d’ogni tipo: mollette da bucato, scatolette di tonno o sardine, surreali flaconi di detersivi anionici con annessi buoni 3X2 ancora validi che il tempo non aveva minimamente intaccato. E poi: penne biro, dentifrici, ciabatte infradito e TV Blaupunkt.

Oggetti che tornarono per l’appunto di moda e che, per l’azione dei tombaroli, invece di finire nei musei, finirono in casa di qualche imprenditore del nord est. Intanto attorno alla ruota misteriosa era nata una disputa tra comuni limitrofi: a Ceriana dicevano che era la loro a Taggia ne rivendicavano la scoperta. S’era così deciso di smembrarla come una torta di compleanno: e chi taglia non sceglie.

Ma proprio quando erano già lì, con tanto di banda, benedizione, martelli e scalpelli, pronti a incidere la ruota e a dividerla per sempre, arrivò il prof Kruger con la sua dichiarazione: Fermi! quello non è un oggetto esoterico e neppure un calendario o un CD-Rom preistorico: era la macina di un “frantoio”.
Un tempo sapete, i “frantoi” gremivano questa valle: ci si mettevano dentro le olive e ne usciva un liquido verde azzurro, buono per piatti come il cundijun e la carne a uxelettu, ormai scomparsi e ampiamente superati dalle attuali barrette oligoalimentari.

Come fosse finita lassù una macina di granito era facile capirlo: non serviva più. L’antica civiltà di Tabia, come fu soprannominata, fu fiorente ed evoluta, ma non seppe liberarsi delle scorie che produceva. Per ogni cosa che faceva, almeno altre tre le scartava.
I suoi abitanti vivevano probabilmente sotto ettari ed ettari di alberi d’olivo, ora estinti - disse il prof. Kruger con il suo accento teutonico, abbozzando una sua teoria sulla nascita e la fine della civiltà della ciambella.
In un periodo della storia antica, circa trenta o quaranta anni fa, non seppero resistere all’attrazione dei centri commerciali. Così, invece di usare gli stessi oggetti per lo stesso uso, preferivano gettarli via e comprarne di nuovi. Ogni giorno facevano la spesa e la gettavano via il giorno dopo moltiplicata per tre. Nessuno sapeva dove finisse tutta quella spazzatura, ma nemmeno nessuno se ne preoccupava: l’importante era che sparisse, gettarla via era un gesto facile e veloce. Nella notte grandi camion la portavano via e non se ne parlava più. Poi, un giorno – è documentato dai miti e dalle leggende locali, più che dai rari documenti dell’epoca – videro crescere dietro di sé una nuova montagna, con la cima sempre circondata dal volteggiare di gabbiani rapaci. Il monte dei rifiuti cresceva e cresceva. Passò un anno, e superò Monte Faudo. Passò un altro anno, e superò Monte Ceppo. Ancora un po’ e avrebbe raggiunto il Saccarello. Nelle notti di tramontana, invece dell’odore umido del sottobosco, il vento cominciò a portare giù in paese qualche cartaccia che sollevava da Costa dei Frati: vecchie bollette, carte di arance, volantini promozionali, riccioli di scontrini fiscali. Era il segno, dovevano accorgersene, del disastro che li avrebbe abbattuti. Ma, come sempre nella storia, le grandi civiltà non sono abituate ai cataclismi. Preferiscono leggerli sui giornali quando accadono agli altri.

Ed ecco che di lì a poco il monte si gonfiò, arrivò ad oscurare il sole. E poi, quando l’ultimo camion depositò l’ultima buccia di banana, l’ultimo assorbente per signora, improvvisamente collassò e seppellì la valle. Come una Pompei del pattume, una Ercolano del rifiuto urbano.

Giacomo Revelli

di Mina Vitiello

Potrebbe interessarti anche: , Il Natale del commissario Maugeri, l'ultimo libro di Fulvio Capezzuoli. La recensione , Bonelli: Dylan Dog e Martin Mystere nell'Abisso del male , A mali estremi: nuovo caso per la colf e l'ispettore di Valeria Corciolani , Peccato mortale di Carlo Lucarelli: un altro intrigo da risolvere per il commissario De Luca , Le Quattro donne di Istanbul: un romanzo suggestivo e commovente di Aişe Kulin

Oggi al cinema

Macchine mortali Di Christian Rivers Azione 2018 Dopo una guerra che ha devastato il mondo in sessanta minuti, ridefinendone addirittura la geografia, Londra è diventata una città predatrice, in movimento su enormi cingoli e armata di arpioni, che ha lasciato l'Inghilterra in cerca di... Guarda la scheda del film