A bottega da Adrian Paci - Magazine

Mostre Magazine Giovedì 16 giugno 2005

A bottega da Adrian Paci

Magazine - Si intitola La qualità delle cose ed è il workshop che l’artista - di nazionalità albanese, residente a Milano - è stato invitato a tenere dall’ di Genova, nel dal 18 al 29 luglio. Un corso per artisti fino ai 35 anni (iscrizioni fino al 10 luglio) che è doppia occasione: per confrontarsi con l’arte contemporanea di ultima generazione e per dialogare con un’artista giovane (Paci è del 1969), già noto a livello internazionale, già insegnante allo e titolare della cattedra di pittura all’ di Bergamo nonché impegnato, a livello personale, in una ricerca artistica che parte da una formazione classica e tocca vari linguaggi (video, fotografia, pittura), con rigore e coraggio, includendo la sfera intima della sua esperienza di espatriato.

«Ti ritieni un’artista impegnato?», gli chiedo. «Anche domandarsi è un grosso impegno", mi spiega rispondendo con immediatezza alla mia domanda, «le opere spesso pongono la domanda e non forniscono la risposta. Per questo si potrebbe dire che le opere non sono impegnate, ma spesso si domandano sull’impegno». Come, ad esempio, è accaduto nella mostra Revolution is on hold (marzo 2005), che Paci ha curato all’Isola dell’Arte di Milano in primavera, invitando alcuni artisti ad interrogarsi sul quesito: Siamo noi la rivoluzione?. Parlare con lui è semplice e piacevole, non ci sono forzature né distorsioni, semplici riflessioni in presa diretta. Eppure le sue risposte non sanno di scontato: tutto gira intorno all’urgenza di porsi delle domande. «Non è facile insegnare per un artista che vive dentro il dubbio, che si sottopone ad una forte autocritica» e che rilegge e ridiscute continuamente il concetto stesso di convenzione.

L’indagine proposta da Paci per il workshop «spinge ad uscire dall’ambito dei linguaggi artistici precostituiti, perché anche le forme più trasgressive possono facilmente trasformarsi in accademismo», sostiene Paci e continua spiegandomi che portare in accademia la body art, il concettualismo, le performance non è «altro che una ripetizione di quello che facevano gli accademici un tempo di fronte ai linguaggi canonici». L’errore in cui Paci non vuole incorrere è trattare l’arte come linguaggio acquisito e le tecniche come forme prestabilite. Per questo si è rifiutato alla proposta di tenere il workshop sulla videoarte. Ciò che lo interessa è «andare a monte dell'arte e recuperare il rapporto dell’artista con la realtà che lo circonda. Perché l'attrazione della realtà che ci circonda risiede nelle qualità che di essa cogliamo». Sono le qualità del reale, quelle che ci colpiscono che Paci vuole spingere ad individuare e che lui ha indicato proponendo tre gruppi possibili: 1)semplice, intimo, piccolo, leggero; 2)intenso, emozionante, provocatorio, radicale; 3)ambiguo, complesso, scientifico, profondo.

Scegliere un linguaggio artistico, chiarisce Paci, è sempre una questione di comunicazione, quindi l’opzione ha senso in funzione dell’esperienza. «Non si tratta solo di essere attratti da certi eventi per il loro impatto, ma anche essere stimolati dalle piccole cose come un albero o dei fili d’erba... Klee studiava il processo di crescita di una pianta, Leonardo gli uccelli prima di arrivare alle ali». Quindi il workshop propone tre momenti: il primo, approcciare il reale, poi scoprire come comunicare ciò che si è osservato e esperito, quindi mettere in discussione stili predefiniti. «Ci sono cose che ti spingono a dipingere, altre che necessitano di più elementi (suono, tempo). Il rapporto con il mezzo è segreto, ma anche per l’artista a volte la scelta è inconscia, avviene senza calcolo». Comunque non esiste un parametro predefinito. Anche la curiosità verso i mezzi gioca la sua parte. E poi, a volte, le scelte sono dettate dalla stanchezza e dalla necessità di partire da un altro punto di vista. Qualcosa dipende dagli stimoli ricevuti, altro dall’esperienza personale».

Tra il dire e il fare l’arte, tra l’essere artista e insegnare l’arte... «È un bel casino. Si tratta di insegnare qualcosa che non si sa cosa sia. E meno male, perché una volta che lo sai, va perso un bel po’ del suo fascino. L’arte è qualcosa che è sempre in movimento, di cui sentiamo la presenza, e specie quella del XX Secolo è qualcosa che si rinnova di continuo e mette in discussione la stabilità stessa del concetto. Quindi credo che educare all’arte sia come insegnare ad innamorarsi: si possono dire delle cose, ma il discorso rimane in molta parte segreto». La parola chiave che Paci individua per l’arte è intensità. Dalle piramidi egizie alla Cappella Sistina di Michelangelo, dalla Guernica di Picasso... «l’arte non è questione di intenzione, ma di intensità, del rapporto che crei con la cosa e che riesci a materializzare nell’opera».

Nelle immagini due opere dell'artista: in alto "The Wedding", (pittura 2003) e in basso "Piktori" (installazione 2002). Nelle immagini piccole particolari da "Home to go" (fotografie 2001).

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