Magazine Martedì 14 giugno 2005

La poesia che ci piace

Magazine - Clicca qui per completo del Festival Internazionale della Poesia.

Venerdì 17 giugno

Sono in cinque e salgono sul palco uno alla volta. Il primo è Milo Martin, che arriva dalla California. Poi è la volta del francese Antoine Faure (detto To) con un passato da attore e batterista. Toby Hoffmann e Wwalt Koslowski vengono dalla Germania, mentre Ben Porter Lewis è nato a New York. Sono i Poesie United, che ieri sera, venerdì 17 giugno, hanno chiuso alla grande l’undicesimo Festival Internazionale di Poesia.
Sono giovani, ma senz'altro più interessanti di altri coetanei passati dal Festival genovese. La novità sta tutta nella forza delle loro esibizioni. È la prima volta che i Poesie United sono in Italia, ma ne vengono da un tour con tappe un po’ in tutta Europa, che durerà ancora un mese e li vedrà in Germania, Svizzera e Austria.

Nascono dagli , eventi nei quali i poeti si esibiscono, mettendo una forte enfasi non solo in quello che dicono ma anche in come lo esprimono. Il fattore pubblico, poi, è tutt’altro che secondario. È fondamentale infatti che la giuria sia estratta tra i presenti. Al Chicago’s Green Mill Tavern il luogo simbolo di queste “competizioni letterarie” (nel quale si dice siano nate nel 1987), la gente puo’ manifestare la propria opinione sbattendo i piedi e protestando verbalmente, fino a costringere il malcapitato poeta a lasciare il palco.

Il pubblico semi paralizzato del Ducale non deve essere stato molto incoraggiante per questi ragazzi. In difesa dei presenti bisogna tuttavia dire che nel nostro paese la slam poetry non si è ancora largamente diffusa. A parte la giornata nazionale della Poesia che il 21 marzo 2001 ne ha visto a Roma il primo (e unico) esperimento, capitanato da Lello Voce.

Quando non usano strumenti i Poesie United, fanno musica con la bocca – tipo Neri per Caso. Le loro poesie corrono veloci. Le traduzioni sono interessanti, ma non fondamentali allo spettacolo che i cinque mettono su. Un po’ come succede per il rap o l’hip hop: lo ascolti in lingua originale e anche se non capisci ogni singola parola, ti arriva il senso. Magari, poi, appena puoi ti leggi i testi. Nei loro i Poesie United parlano di guerra, fame, razzismo, odio, amore. Ma non in maniera astratta. Fanno nomi e cognomi, precisi riferimenti all’attualità, alla storia e ai mali del capitalismo. Come la poesia che Toby Hoffman e Koslowski recitano insieme nella loro lingua: «was alle magen, was alle sagen ist das was alle mussen haben!», fa più o meno così e significa «quello che dicono tutti, quello che piace a tutti, è quello che tutti devono avere».

Anche quando è la religione l’argomento principale di una composizione, si finisce per affrontare tematiche sociali importanti come in When you see the Buddha nella quale Milo Martin dice: «chiedi a Buddha se porta i calzini, chiedigli di che colore sono e se li hanno fatti dei bambini delle Filippine».


Nella foto: I Poesie United in un momento della loro performance di Venerdì 17 Giugno a Palazzo Ducale


Giovedì 16 giugno

Sentire la poesia recitata direttamente dalla bocca dei suoi creatori. È questa la filosofia di Claudio Pozzani, che negli appuntamenti serali di Palazzo Ducale, sceglie di non introdurre ogni singolo autore. Li presenta certo, ma non si addentra in disquisizioni sulla poetica, né offre al pubblico cenni delle loro biografie. È anche vero che sono troppi i critici (o presunti tali) che si lanciano in commenti e giudizi, fino a condizionare il lettore (o aspirante tale).

Si, ma io ora cosa vi racconto?
Di sicuro non mi invento esperta di letteratura, però mercoledì 15 giugno ero lì, ad ascoltare Michal K., Tomaz Salamun (Slovenia), Toon Vanlaere (Belgio), Hermann Leenders (Belgio), e Michael Kruger (Germania).

Tutti tranne Salamun - che conosce bene l’italiano - usano la propria lingua. Anche se la traduzione è veramente necessaria per capire di cosa parlano, è un’esperienza interessante ‘provarle' tutte: fiammingo, olandese e tedesco.
Il più atteso tra gli ospiti di questa serata dal buffo titolo Acquedotto, coccodrilli e altre storie, è sicuramente Michael Kruger. È nato nel 1943 a Wittgendorf, in Sassonia. E proprio della sua terra d’origine, della fattoria nella quale ha vissuto per cinque anni con i nonni ci racconta nella sua prima lettura, tratta da Poco prima del temporale edito da Frassinelli (nelle librerie italiane a partire dal 28 giugno). Il nonno è uno specialista di patate «buone per i maiali, per gli uomini e anche per me», mentre la nonna «usava il ferro per farsi i ricci», scene di vita, della sua vita. Ma Kruger non si ferma alla sola Germania. Pare la sappia lunga in materia di viaggi. Una breve composizione dal titolo, Musica Araba apre la via alla Canzoncina albanese.

E alla fine Kruger affronta il tema della morte prendendosi un po’ in giro. Ci fa sorridere con Necrologio di un autore di liriche che fa così: «Quando leggeva aveva sempre un paesaggio davanti agli occhi e una lepre nella mente. Scriveva solo raramente poesie. Così si mantenne a lungo in vita.»


Mercoledì 15 giugno

Continuano le serate a tutta poesia, organizzate da Claudio Pozzani. Ieri sera, martedì 14 giugno erano quasi 300 le persone accorse al consueto incontro serale di Palazzo Ducale. È cominciato tutto un po’ in ritardo e si è tirato fino a tardi la sera.

Per prima è salita sul palco Sujata Bhatt poetessa indiana che scrive in inglese. E qui si potrebbe aprire una parentesi sulla profondità dei vincoli coloniali, perché Sujata sceglie l’inglese preferendolo alla sua lingua, il Ghujarati. Del resto la sua stessa vita si è svolta più negli States e in giro per l’Europa, che nel suo paese. Dell’India però racconta le tradizioni, le leggende. Come quando ci legge Che fine ha fatto l’elefante? si riferisce all’animale cui Shiva ha rubato la testa per salvare suo figlio Ganesh. Nessuno però si è mai preoccupato della morte lenta e atroce alla quale questo pachiderma senza testa è andato incontro. Sujata lo fa attraverso gli occhi curiosi di un bambino, che pretende di sapere appunto che fine ha fatto l’elefante?

La sua cantilena inglese non è molto espressiva, ma la traduzione è affidata a Claudia Pastorino, amica del Festival della poesia, che meglio interpreta le sue parole.

A darci una scossa, entra in scena Peter Hammill, molti dei presenti sono venuti apposta per lui, portandosi dietro vecchi dischi dei Van Der Graaf Generator, di cui Peter faceva parte, per farglieli firmare. Parla un po’ d'italiano e prima di ogni lettura ci dona la sua introduzione: purtroppo parti di queste sono decisamente incomprensibili. A Pozzani, intervenuto sul palco per sistemargli il microfono Hammill risponde: «no, no… io posso…». Certo che può, è perfettamente a suo agio sul palcoscenico e recita con trasporto le sue composizioni. Ci fa sobbalzare tutti, quando si avvicina al microfono gridando il verso di una poesia che parla del tempo, del suo scorrere inesorabile. E infine tre città. Parigi, Berlino – descritta com’è oggi, ma anche com’era prima dei disastri della seconda guerra mondiale quando Peter dice «era la Hollywood d’Europa», e poi Londra raccontata attraverso un passaggio attraverso la sua nebbia.

Sono passate le 23.00 e tocca a Albert Ostermaier. È arrivato a Genova anche grazie alla collaborazione con il Goethe Institut. La sua performance sarà accompagnata dal musicista Saam Schlamminger, di origine iraniana. La musica parte piano, mentre Ostermaier recita in tedesco, poi cresce per accompagnare la voce che traduce. Proprio la musica è stata la sua prima passione. Tanto che definisce le sue poesie Plugged poetry, un mix di parole e suoni.

di Mina Vitiello

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