Magazine Venerdì 3 giugno 2005

Il topo d'agave

Da Il Secolo XIX 01/06/05
Taggia: floricoltore ricettava foglie di agave rubate
“Un floricoltore di Arma di Taggia si serviva di un 65enne sanremese per rubare foglie d’agave. Centinaia di foglie di agave, giudicate portentose sia sotto il profilo farmaceutico che sotto quello estetico, sono state rubate dai giardini pubblici di Bordighera e della città dei fiori. Entrambi sono ora indagati per furto e ricettazione. A scoprire il traffico sono stati i carabinieri di Bordighera”.

Come per tutte o quasi le calamità che hanno sempre funestato la mia vita – disse il signor Nunzio F., 65 anni, durante l’udienza del suo processo per direttissima - anche questa dell’agave accadde per colpa di mia moglie Agata. L’ultima delle sue assurde manie era, infatti, la cucina succulenta. E, signori della giuria, di per sé, voi mi direte, che male c’è in una mogliettina che vuole preparare una squisita cenetta al proprio maritino che torna a casa sfinito dal lavoro? Ve lo dico io che c’e di male: quella parola succulenta. Fui io il primo a fraintenderla. Un pomeriggio mia moglie, con il suo fare ruffiano e lolitico si avvicinò e mi disse: «Caro, questa sera vedrai che cenetta c’è per noi due… Uh! Squisita…però devi farmi un favore: vai al mare, sul vecchio tracciato della ferrovia, e portami qualche foglia d’agave».

Capite bene che io, dopo mesi che quella mi somministrava una minestrina con uova e patate, secondo i canoni – a sua detta – di una dieta zen, fui ben disposto ad esaudire quel suo (smaliziato, io credevo) desiderio. La sera stessa, poco prima che il sole tramontasse, mi recai sul luogo del delitto, la rada del vecchio tracciato ferroviario, nella zona compresa tra Arma di Taggia e San Remo, ove, è noto, le agavi prosperano rigogliosamente.
E lì, una volta al riparo dagli occhi indiscreti della statale che corre poco più in su, segai con la limetta a ferro che m’è stata trovata indosso, una, o più foglie a più piante d’agave.

Quando arrivai a casa lei si fece consegnare il bottino e si chiuse in cucina a spignattare mentre io, come al solito, aspettavo la cena guardando il tiggì. Ne uscì dopo tre quarti d’ora con in mano una pentola contenente un amalgama grigioverde ancora in ebollizione: era una zuppa d’agave. Subito, spaventato dalle precendenti esperienze, mi mostrai molto ritroso. Non ne potevo più delle sue ricette e delle riviste da cui le prendeva: NettunoDonna, G-Astronomica, Circonferenze. Ma poi m’invitò ad assaggiare un po’ di quella poltiglia su una fetta di pane di Triora: d’un gusto pastoso e consistente, era qualcosa che il mio palato non conosceva affatto e, un po’ per la fame, un po’ per curiosità, andai fino in fondo e feci scarpetta al piatto.

Ciò che accade quella notte, Vostro Onore, mi permetta di tacerlo per non aggravare la mia posizione con un oltraggio alla Corte: dirò solo che sognai distintamente un angelo presentarsi a me vestito di una tunica striata verde e gialla, come da lingue di foglie d’agave, e che per tutta la notte ebbi la forza e il desiderio di un ventenne, sebbene abbia oramai superato l’età della pensione.
Quando mi risvegliai, al mattino dopo però, nel letto vicino a me ritrovai come al solito mia moglie, avvertivo un certo mal di testa e vedevo tutto blu.

Da allora, non passò una sera che mia moglie Agata non cucinasse qualcosa a base d’agave: insalata d’agave, tagliatelle al tocco e pure cundijùn e fricassoea; addirittura ricavò un buonissimo sorbetto dall’asportazione della gemma apicale. Il nostro matrimonio, che si trascinava nella noia da anni, ritrovò una nuova energia e ci guardavamo come due innamorati. E tutto avrebbe potuto continuare così se non fosse stato per quell’altro difetto di mia moglie: la sua loquacità. Nel giro di poco passò le ricette ai vicini e tutti volevano le foglie d’agave, non bastavano più. Un mio amico floricoltore mi spiegò finalmente il perché di quegli strani effetti: l’agave fiorisce una volta sola nella vita. Erige un fusto alto fino a 10 metri, dopo cui la pianta, per lo sforzo, muore. Dunque, chi ne mangiasse durante il periodo di fioritura subirebbe in un certo senso lo stesso destino: una forte carica di energia seguita da un languore generalizzato, un’astenia.

Decidemmo così di guadagnarci su, del resto, era anche un’opera di bene verso gli altri. E poi, era più facile vendere foglie d’agave anziché rose, garofani o strelitiae, che sul mercato oramai le pagano niente. Ci dividemmo i compiti. A lui piazzare la merce, a me il lavoro sporco: tagliare le foglie. Spesso mi alzavo la notte per non farmi vedere e cercavo sempre nuovi posti, perché oramai sulla vecchia ferrovia scarseggiavano le foglie intatte.

Quella volta ero a Bordighera. Avevo intravisto dalla strada il fusto ritto di qualche agave in fioritura, altri invece, erano già stati spezzati dal vento e la pianta era ormai rinsecchita e morta. M’ero arrampicato su quegli scogli scoscesi, proprio dietro al monumento alla Regina, che troneggiava bianca al riverbero del sole. Mi guardai attorno: quel tratto, compreso tra il blu del mare e il grigio della marna delle scogliere, era l’eden per le agavi. Esse infilavano tenacemente le radici nelle scaglie, negli anfratti tra una roccia e l’altra e le foglie, grigie e perlate, carnose ed ensiformi, non parevano neppure qualcosa di vegetale, ma più membra di pesce, squalo, delfino, capodoglio pronte a tuffarsi in mare: ne ero circondato.
Cominciai a tagliarle e la linfa a cadermi sulle mani, a mescolarsi con il sudore. Il caldo era insopportabile, stavo per collassare, mi appoggiai ad un sasso. Ed ecco che arrivò. Dal silenzio rotto ogni tanto dal rumore della risacca emerse una figura. «È l’angelo giallo-verde!», pensai. «Ah, portami con te angelo mio!», gli dissi. E quello: «Lei è in arresto per furto aggravato e ricettazione». Era un maresciallo della Finanza.

Nella foto: una pianta d'agave (by www.parks.it/giardini.botanici.hanbury )
di Giacomo Revelli

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