Magazine Martedì 24 maggio 2005

Al cinema

Magazine - Arrivati al cinema non ci si guardava neppure. A me mancava un po’ il coraggio, a lei tutto il resto. Il film era abbastanza uno schifo. C’era un tizio che gonfiava di botte la moglie come una zampogna e lei scappava prima da un’amica e poi dalla sorella, ma ritornava perché non riusciva a stargli lontano o forse credeva di amarlo ancora o magari perché alle donne piace esser prese a mazzate. Ma mica ci credo davvero. Non è che a loro piaccia, a chi piacciono le mazzate? Mica a tanti, è che forse anche con le mazzate per alcune di loro è meglio che star sole. Altrimenti non si sentono a posto, altrimenti non si spiega. Il film era piuttosto uno schifo ad ogni modo. E lei non si girava. Quando mi muovevo sulla sinistra, e stendevo le mie sdrucciolevoli intenzioni sul bracciolo sinistro di legno lucido, era come esser sorpreso da una tempesta di vento, di quelle da film, con rami e tetti che volano da ogni parte e urla di bambini e pick up che volano in aria con relativo autista, e insomma quasi un uragano.

Volevo prenderle la mano prima o poi, magari adesso, no, ancora un attimo… non fare il cretino, adesso non è proprio il momento, quelli lì si stanno menando e tu le prendi la mano? E se fosse una storia seria? Lei ripenserebbe alla prima volta che le hai stretto la mano mentre un marito mena la moglie: ma sai quante metafore e nascosti significati ne potrebbero venir fuori?
All’incirca un milione credo. Più tardi, forse. Il fatto era però che il primo tempo era già finito e quelli continuavano a gridare, a mollarsi, a riprendersi, a riprendersi e mollarsi. Bravi gli attori, in fin dei conti, ma c’erano anche le voci dei doppiatori a complicare le cose, ficcanti come spilli nella pelle, non mi davano un attimo di intimità per stare con la mia dama di turno e riflettere sul da farsi, sul domani, sul futuro prossimo.

Un colpo di mano: PAM! La faccia dell’attore si gonfiava di violenza, e lei mi rimaneva seduta lì vicina a guardare fissa lo schermo senza alzar ciglia. “Come va?” - le chiedo storcendo un po’ il collo per nasconder la faccia sconvolta e sincerarmi che quelle scene facessero anche a lei un po’ di effetto. Ma mica si gira immediatamente, l’umanoide dotato di tube che avevo a fianco, lo fa dopo qualche nano-secondo, come se la mia voce per arrivare avesse dovuto saltare una cancellata, scendere al volo da una macchina, sparare a un ladro in corsa e suonare a una porta. Si gira, piega la testolina, sorride come lo Stregatto di Alice nel paese delle meraviglie, e dalla bocca le esce: ”Bene”.
“Perfetto… Eh, scusa, io vado un attimo alla toilette”. Mi alzo nell’ombra. Il secondo tempo è ricominciato. C’è un altro PAM!
“Cazzo Chiquita, lo sai che mi fa incazzare quando non mi ascolti, eh, Chiquita?! MI ASCOLTI?!!!”.

Illumino con un raggio di luce questa scena aprendo la tendina del buco e m’infilo dentro.
C’è un corridoio con il pavimento lucido color pastello. Giro nel bagno e mi metto a pisciare con la porta aperta. Quando esco giro sulla sinistra, prendo verso l’apertura che dà sulla parte alta della sala in direzione opposta a quella da dove sono arrivato. Salgo il corridoio rimuginando su tanti pensieri tutti insieme, e devo dire che preferisco starmene qui. Dentro c’è parecchio silenzio. Tiro leggermente la tendina beige. La sala dall’alto è diversa. Guardo dall’alto la sua testolina di cazzo un po’ piegata, con i suoi capelli raccolti e la sua magliettina bianca attillata che spunta dalla poltrona. Sopra l’uscita c’è invece scritto EXIT in rosso fuoco. Exit in rosso fuoco. Gran bella invenzione, quella dell’uscita. Dell’uscita di scena in generale, voglio dire.

Sbatto un attimo gli occhi mentre scosto l’ultima tendina beige. Fuori c’è una gran luce e non si sentono più le voci del film. Salgo gli scalini, faccio un saluto discreto con la mano alla cassiera occhialuta, che mi guarda come se si ricordasse che non ero solo quando sono arrivato. Mi verrebbe da spiegarle che tutto sommato è vero, non ero solo all’apparenza, ma in fondo sì, ero entrato da solo in quel cinema, e solo stavo uscendo. Non le dico che il film faceva schifo, e non le dico neanche che se stasera trovano una che continua a guardare lo schermo spento con un sorriso beato, non le dico di tenersela, ché sarebbe meschino, ma d’altra parte spero che non abbiano un ufficio oggetti smarriti che funzioni. Non dico niente, ecco tutto, e a camminare sotto il sole quando sono veramente lontano da tutto, ho un gran sorriso sulla faccia, a pensare che il secondo tempo là dentro non è neanche lontanamente comparabile a quello qui fuori.

di Simone Ortolani

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