Magazine Sabato 28 maggio 2005

Pleistocene Beach

Da Il Secolo XIX del 25.05.05: “Via libera dalla Regione. Ripascimento degli arenili con giacimenti di sabbia sepolti a 50 metri di profondità da un milione di anni.
Riemergono dai fondali del Mar Ligure le spiagge di un milione di anni fa. Gli arenili della preistoria, quando il mare era più indietro di due chilometri, serviranno per ravvivare e rafforzare la costa di oggi, soggetta a un fenomeno di erosione inarrestabile…
La paleospiaggia sommersa di Sanremo (leggermente più a est rispetto all'abitato, a circa 1,5 chilometri dalla costa attuale) è scandita dal canyon sottomarino battezzato dai geologi "di Bordighera", secondo solo a quello "di Genova" per profondità e complessità morfologica. A 63 metri sotto il livello del mare, sotto una copertura di due metri di sedimenti pelitici (fango e altri materiali alla deriva) si trova la "spiaggia relitto": un basamento sabbioso spesso 2,9 metri capace di consegnare al ripascimento 800 mila metri cubi di arenile”.


Io me le ricordo quelle estati alla spiaggia del Pleistocene – racconta il vecchio Menegò, seduto sugli scalini neri di una vecchia casa della Pigna - La linea del mare era un po’ più in là di adesso, per raggiungere il bagnasciuga dovevamo camminare a lungo e lasciare la macchina come al solito ai Tre Ponti, ché già a quei tempi il parcheggio era un problema. Mi caricavo dello stretto necessario, per la maggior parte erano i secchielli, le palette, pinne e palloni dei piccoli, mentre mia moglie aveva già il suo bel da fare con le sporte dei suoi cosmetici.
Camminavamo fino a quando la città, con la ferrovia e i palazzi non ancora avvallati uno sull’altro, sembrava un’isola e la Madonna della Costa era una conchiglia bianchissima solitaria sulla montagna.
I piccoli, nella loro foga di raggiungere il mare ci correvano davanti, ignorando volutamente i richiami che mia moglie ogni tanto gli lanciava in maniera automatica ma svogliata, come fanno un po’ tutte le mamme appena portano i figli alla spiaggia. Io invece, forse oberato dal peso delle infrastrutture e delle vettovaglie del nostro picnic, non dicevo nulla e stavo a guardare.
In fondo, mi piaceva vedere le orme dei miei figli prima delle mie e a mia volta calpestarle, e raccogliere le cose che ogni tanto qualcuno di loro perdeva: una formina a forma di stella, un camioncino dei pompieri (ma perché portare i pompieri al mare? boh), una delle perline del braccialetto che la piccola aveva perso senza neppure accorgersene.
Quando arrivavamo vicino all’acqua, ecco il solito problema, non sapevamo deciderci dove piazzarci, piantare l’ombrellone, distendere l’asciugamano.

- Qui, caro… No! No! non lì, è sporco, un po’ più in là… - mia moglie era tremendamente pignola quando si trattava di scegliere il posto alla spiaggia. Sapeva distinguere ogni minima impurità dell’arena con occhio clinico eccezionale, quando per me un posto valeva l’altro. Ma alla fine la spuntavo sempre io perché le mie braccia stremate cedevano di schianto e tutta la roba finiva a terra e lì si stava e basta, tanto lei era già a rimproverare i bambini che erano ancora vestiti e già si schizzavano nella schiuma marina.
Non crediate però che ci fosse molta gente distesa a prendere il sole: un po’ perché la spiaggia era vastissima, ma anche e soprattutto perché s’era in periodo di glaciazione e non faceva così caldo da invogliare la tintarella. Qualche domenica di sole però c’era e chi non lavorava (c’erano già il mercato dei fiori e le serre) ne approfittava per rilassarsi un po'.

Per la maggior parte, all’inizio, era la nobiltà russa o inglese a passeggiare sul bagnasciuga.
Gli uomini inglesi con il loro cilindro calzato, perfettamente eretto nonostante la brezza, e il monocolo reso opaco dal salino che li rendeva curiosi, le donne con il parasole e le gonne larghe che nel camminare raccoglievano dalla sabbia ogni sorta di gusci e patelle, con i granchi che vi s’attaccavano come per salire sul tram. I russi, invece, li notavi dalla pelle più chiara e, le donne soprattutto, dalla biondezza astratta e delicata, frangibile con un colpo di tosse.
I bauscia e i gianduia invece arrivarono in Riviera dopo la guerra, ma cominciarono subito a dettare la loro legge. Erano regole di spazio: non importava che da noi ci fossero carruggi, garofani e vigne, tutto per loro andava ricondotto alla terra modello, l’esempio assoluto di vivibilità e antropofilia che erano la Brianza o Settimo Torinese.
Pleistocene Beach, come la chiamano loro, si riempì di gente con gli occhi da pianura, che capitava qui solo perché ce la portava la nuova autostrada e che non sapevano neppure innestare un pesco o un susino o potare una vite, ma dagli che qualcuno gli vendeva i terreni e gli costruiva le case come gli alveari.

E qui, il vecchio Menegò un po’ si scaldava sempre, lo prendeva una sorta di agitazione per un’impotenza, un’inettitudine avuta negli anni passati, ma ancora viva, anzi, decisiva.
- Ecco quindi che, anche nei dintorni della città, s’erano costruiti le loro piccole ville monofamiliari – tuonava - con il recinto, il box e il cane da guardia. Altri invece adoravano l’ambiente urbano, e, allora, accanto alle ville Liberty mettevano gli appartamenti uno sopra l’alto fino a toccare il cielo, e dove c’era una fascia di rose ora spuntava una non meno spinosa palazzina.
Ma già al mare lo si doveva capire, già dal loro comportamento. Arrivavano alla spiaggia portandosi di tutto: borse termiche, asciugamani familiari, stereo, frigo-bar, ombrelloni da paracadutista, tennis, volano, windsurf e badminton, era impossibile riuscire a svagarsi con tutta quella roba in un giorno intero, anche dedicandovi cinque minuti cinque per uno. E capivi che l’azzurro mormorio della risacca avrebbe taciuto, definitivamente investito dalle loro locuzioni: “bagnétto”, “è calda l’acqua nè?” e “Famagosta”, che, non ci crederete mai, è la parola più pronunciata sulla spiaggia d’estate.

E non vi dico le tensioni, i litigi, anche perché chi li conosceva? Un’estate erano alla Pleistocene, l’altra cambiavano, andavano al Kontiki, mentre noi del luogo, si sa, siamo abitudinari.
Il peggio accadde quella volta che il piccolo litigò con uno dei loro bimbi. Il motivo era banale: la costruzione di una pista per le biglie. Il piccolo la voleva più semplice, per giocare subito, l’altro, un bimbo con una terribile “r” moscia, pretendeva un “autodvomo in miniatuva”: - La cuvva pavabolica la costvuisco io, lasciami stave… - e per il suo scopo rase al suolo una pseudo dolomia che il mio piccolo aveva costruito con gran diletto lì vicino. Vennero alle mani in pochissimo e il piccolo segnò con un’unghiata l’“avambvaccio” del rivale. Allora insorsero le madri e giù urla d’inferno (mia moglie litiga solo in dialetto). Quando toccò a me – Scusi – dissi a quel signore che sembrava avesse il colletto inamidato pure mezzo nudo – ma se venite in vacanza dovete anche rispettare quelli che abitano qui! E’ tutto il pomeriggio che montate ombrelloni, gonfiate materassini, ballate con lo stereo… Ma mettersi un po’ più in là? C’è tanto spazio!
- Come? Ma va! A il faut nién! – rispose quello, spargendosi il doposole – Se mai voi dovete rispetto a noi, che veniamo qui a portarvi i soldi! Ma boiafaus…!
-Ah sì? I soldi? – risposi io, e con un gesto risoluto mi tolsi la berretta di velluto che indossavo estate e inverno e gliela allungai di scatto – Bene, li metta un po’ qui i suoi soldi, che ne ho bisogno! -
Non so se capì. Fu mia moglie che per distrarmi ed evitare che mi scaldassi disse – Andamu! U l’è zincue pasae! Staseia a frizu i friscioei…

E ci incamminammo così verso casa, con tutte le nostre cose appresso che sembravano un po’ più pesanti e camminando osservavo il mare dietro di noi, che ci seguiva, continuava a mangiare la sabbia, metro su metro, finché ormai non restava che qualche scoglio prima della strada e lì si fermò, quasi a volerci salutare.
di Giacomo Revelli

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