Le tre donne di Carola Stagnaro - Magazine

Teatro Magazine Giovedì 19 maggio 2005

Le tre donne di Carola Stagnaro

Magazine - Carola Stagnaro è di scena al Teatro h.o.p. Altrove (Piazzetta Cambiaso), con Mamma mia!, monologo di forte intensità espressiva, fino a sabato 21 Maggio, ore 21.

Un excursus su psiche, genio e handicap. Tre storie diverse ma simili nell'assurdità, nella decadenza, nella solitudine, legate alla grande attesa dell'Amore. L'appuntamento con un uomo diventa una sequela di appuntamenti con uomini tutti diversi, tutti pericolosamenti uguali. L'arte drammaturgica di Dario Fo e Franca Rame e l'intensa interpretazione della Stagnaro ci restituiscono una dolorosa umanità in una straordinaria ed esatta rappresentazione delle emozioni.

Uno specchio di quotidianità all'insegna dell'incomunicabilità e della ricerca spasmodica di superarla. Tre donne, tre dialoghi con se stesse per compensare un rapporto con l'altro che non c'è ma verso cui si tende incessantemente. Tre situazioni che sembrano l’una la continuazione dell'altra ma non l'evoluzione.

Nella prima, una donna colleziona una serie di esperienze sessuali senz'alcun coinvolgimento sentimentale. Sogna le sue prede (gli uomini che ha avuto), morte e ammassate in un tir. Lei è la camionista, ovvero la più forte, la conquistatrice. Ecco la grande seduttrice che accoglie in sé, uccide e poi si pente, ingoia le esperienze e non le vive. Sesso e putrefazione, nessuna fusione nell’amplesso, solo orgoglio e dominio psicologico sugli uomini, che a loro volta dominano e fanno presa solo fisicamente su di lei. Due mondi, due solitudini, un uomo e una donna, che compie un'altra uccisione, onirica e simbolica: quella del suo psichiatra, con cui ha consumato una notte di sesso, colui che comprende e guarisce, ma a parole: è uguale a tutti gli altri, nel quotidiano, nel letto, nello squallore.

Nella seconda, la protagonista, una donna con le sue disillusioni esordisce con un amplesso: il partner si impegna esclusivamente in meccaniche prestazioni, lei inizia a idealizzare un rapporto diverso da quello che sta vivendo, più dolce e di maggiore complicità, fino a convincersi che il presente sia ciò che desidera. Alla fine, ogni parola risulta essere un vero e proprio soliloquio, il cui unico frutto è una gravidanza indesiderata.

La terza è l’allucinato, incessante e tragico monologo di una donna che deve assistere ad un silenzio apparentemente insuperabile e ancora più doloroso: quello del figlio gravemente handicappato. La madre, che rifiuta la propria maternità, pur disperata, crede in impossibili miracoli televisivi che, associando l'handicap alla genialità, rendono fattibile la felicità e la celebrità anche per i più sfortunati. In un excursus di spietata e cinica rabbia contro il figlio che non risponde alle speranze della madre, si arriverà ad una svolta inaspettata: il bambino, a differenza dei muti protagonisti del sesso, esprimerà tutta la sua dolorosa umanità in una frase semplice e inattesa, ma che dice più di tante parole e porterà la madre alla consapevolezza di un amore fino allora negato, per il figlio.

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