Doppia coppia beckettiana al Cargo - Magazine

Teatro Magazine Teatro del Ponente Martedì 17 maggio 2005

Doppia coppia beckettiana al Cargo

Magazine - Finale di partita
di Samuel Beckett, traduzione Di Carlo Fruttero; regia Laura Sicignano
con Maurizio Sguotti, Riccardo Croci, Massimo Cagnina, Cecilia Vecchio
scene Di Emanuele Conte; costumi e attrezzeria Francesca Marsella; luci e fonica Enzo Monteverde; foto Pietro Bagnara

Venerdì 20 e sabato 21 maggio, ore 21 al Teatro del Ponente.
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Cambiamento di programma. Giù Pirandello su Beckett in un debutto nazionale. Motivi tecnici e organizzativi fanno sospendere il lavoro intorno al pirandelliano L’uomo, la bestia e la virtù e fanno uscire dal cassetto dei desiderata della Compagnia Teatro Cargo il beckettiano Finale di partita, in scena venerdì 20 e sabato 21 maggio, ore 21, al Teatro del Ponente di Voltri, (piazza Odicini, 9).

Resta «la volontà di mettere in scena i classici contemporanei», mi spiega Laura Sicignano, direttrice del teatro, della compagnia e regista «alternandoli ai pezzi scritti da me e in collaborazione con altri. Finale di partita è un testo avvincente e sadico nei confronti degli attori, elemento che ho sottolineato bendando Maurizio Sguotti» alle prese con il ruolo di Hamm, cieco e in sedia a rotelle.

La vicenda come spesso accade in Beckett è una non-storia che ruota intorno a quattro personaggi: Hamm e Clov e i “genitori” Nagg e Nell, o come esclama Hamm: «Accursed progenitor!». Non c’è un’evoluzione né di fatti, tantomeno di personaggi. C’è invece una situazione tragica e ironica allo stesso tempo: quella di una doppia coppia collocata in un mondo secluso o escluso, al di fuori del quale «Outside of here it’s death». Fuori guarda solo Clov, (interpretato da Riccardo Croci), servitore e a tratti carnefice di Hamm, che, dopo un’arrampicata su una scaletta e una risatina, sentenzia: «Zero». Fuori è la fine del mondo o qualcosa di molto simile, un the day after senza umani all’orizzonte, ma con una speranza ancora viva, offerta dalle quattro figure in scena, seppur decrepite o molto provate, e dalle due finestrelle a cui si affaccia Clov.

La regista Sicignano, perfettamente consapevole degli illustri precedenti italiani con cui si confronta in questa produzione - tra cui Carlo Cecchi, Giancarlo Cauteruccio, Alfonso Santagata – va per la sua strada e legge il testo con una certa fedeltà che però non la ferma dal prendersi «alcune libertà. Quando l’ho tradito, è stato per sottolineare certi aspetti del testo che mi interessavano di più». È l’aspetto visivo in particolare a determinare una grossa novità su Beckett. «Invece di uno spazio povero e trascurato e di abiti che lo assecondano, insieme a Emanuele Conte abbiamo ideato uno spazio bianco, asettico, estremamente pulito e i personaggi sono molto eleganti. Quali ultimi esponenti dell’umanità abbiamo pensato ad Hamm e Clov come ad appartenenti ad un ceto sociale alto, quindi il luogo è più simile ad una clinica - i bidoni per esempio nella nostra versione sono quelli per le scorie chimiche o nucleari degli ospedali - che a una vecchia dimora, che acquista una dimensione surreale attraverso pareti sospese nel nulla».

Ma perché proprio Beckett? E perché di lui proprio Fin de partie? «Il confronto con i testi della grande tradizione è alla base del lavoro della compagnia», afferma Laura, «in questo riecheggiano molte delle tematiche che ci sono care: in particolare il rapporto a due che già era al centro de Il Funambolo, de Le Zie, di Servo e Padrone e che è una situazione di base teatrale: cosa fanno due persone chiuse in una stanza? In Beckett il rapporto di coppia è presentato nelle sue molte sfumature: vittima e carnefice, servo e padrone, alludendo spesso alle dinamiche di ripicca, dispetto, tormento ma anche dipendenza e forse amore che si innescano in una vecchia coppia di coniugi».

Per gli attori questo testo è una vera prova: Nagg (Massimo Cagnina) e Nell (Cecilia Vecchio) sono chiusi in due bidoni, e Hamm è bloccato sulla sedia a rotelle e cieco. «Abbiamo lavorato costruendo una griglia rigidissima che ci ha portato a creare lo spettacolo in maniera rigorosa. Nell’ultima settimana, invece, abbiamo fatto saltare tutto nel tentativo di lasciare un margine di libertà e per far restare un po’ di quel panico che provano gli attori di fronte alla rottura degli schemi».

Intanto il bilancio della stagione al Teatro del Ponente è incoraggiante dal punto di vista del pubblico, che conferma il suo gradimento e crea un forte radicamento della compagnia nel territorio. I problemi economici invece diventano «grossi», anche perché, confessa Laura «al di sotto di una certa soglia, non è più possibile fare niente». Con una certa praticità manageriale, senza piagnucolii, Laura spiega come all’interno della situazione di disagio nell’economia in generale e nella cultura italiana in particolare, un progetto come il loro è il «più tagliabile. Sarebbe bello che le amministrazioni avessero voglia di investire sulle nuove generazioni: quelle su cui puntiamo per la nostra programmazione. Senza catastrofismo, ma semplicemente guardando i conti, oggi siamo a rischio di sopravvivenza e a forza di ridurre, cosa resta? Ai giovani restano come al solito le briciole, bisognerebbe cambiare tendenza».

Per l’estate il Cargo spera di riprendere , lo spettacolo che racconta il sogno americano degli italiani all’inizio del secolo, l'emigrazione, ma per ora non ci sono date certe, in attesa di finanziamenti.

Nelle foto: alcune scene dello spettacolo

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