Concerti Magazine Lunedì 16 maggio 2005

Ballate per piccole iene

Tremate, tremate: gli Afterhours son tornati.
A due anni dall’ultimo lavoro in studio, la formazione di Manuel Agnelli è di nuovo in giro con Ballate per piccole iene.
Inutile sperticarsi nel lodarlo. È matematicamente bello. Forse, meno immediato di quel concentrato di calor bianco che è Hai paura del buio?, sicuramente lontano dall’ariosità di Non è per sempre, ancora più introspettivo di Quello che non c’è.
Un nuovo capitolo, insomma, covato sotto l’ala sapiente di Greg Dulli e John Parish, già produttore di una certa PJ Harvey, un’altra signorina che in quanto ad atmosfere non scherza.
Un’ulteriore prova di maturità stilistica: come ai primordi, liriche immediate, istintive ed atroci, arricchite da un costrutto musicale ormai ben ponderato, fatto di chitarre ossessive, archi indiavolati e batterie in crescendo (La sottile linea bianca, Sangue di Giuda) con la vibrante voce di Manuel a siglare il tutto come ceralacca incandescente.

In piena campagna promozionale, Agnelli, Giorgio Prette (batteria) e Dario Ciffo (violino) sono approdati domenica 15 maggio alla FNAC: forum stipato all’inverosimile, anche da chi, purtroppo non ripagato, era accorso confidando in un’esibizione acustica.
L’incontro si è risolto in una lunghissima chiacchierata, ma non per questo l’appuntamento si è rivelato meno interessante. Con la presenza di John Vignola nelle vesti di moderatore, il pubblico si è sbizzarrito nel proporre quesiti, sollevando argomenti più che validi.
Agnelli, principale referente della platea, con fare sornione («Sono esternamente negativo, ma profondamente positivo. Credo sia meglio così, piuttosto che il contrario»), non ha eluso alcuna domanda.
Dall’annoso problema del copyright («Quella che scrivo è roba mia e voglio suonarla io. L’etica personale è una cosa, la SIAE un’altra»), alla scena musicale “alternativa” italiana («I nuovi gruppi tendono a concentrarsi più sull’attitudine che sulla sostanza. Una certa maglietta, la chitarra vintage… Noi italiani suoniamo gli strumenti vintage credendo che lo facciano anche gli anglosassoni, ma loro non lo fanno, semplicemente perché gli strumenti vecchi ti si rompono in mano durante i concerti»), la sua personale attività di produttore («Ora non vedo niente che mi interessa: sul tavolo ho una marea di roba, ma niente su cui valga la pena lavorare»), fino all’esperienza americana dell’ultimo lavoro: «Quando siamo partiti, credevamo di trovare Lamerica. Lavorando laggiù, invece, ci siamo accorti di come le differenze non siano sostanziali. Sì, là hanno dei locali creati appositamente per fare musica: qui in Italia, dobbiamo accontentarci di ambienti riadattati. Ma grosso modo è tutto lì. Per questo, da noi bisogna darsi da fare». Magari scrollandosi di dosso la sudditanza psicologica che, in ambito musicale, ci contraddistingue: «Hanno sempre guardato male gli italiani che scrivono in inglese, forse perché sembriamo ridicoli, esprimendoci in una lingua che non ci appartiene. Come per noi sono assurdi gli spaghetti tailandesi».

Esponenti di un underground altamente prolifico negli anni ’90, gli Afterhours continuano a puntare sulla creatività dei cosiddetti giovani. Non certo quelli del Festival di Sanremo («il panorama sanremese non riflette assolutamente nulla della scena italiana»), bensì le nuove leve presentate nei quattro anni di quel Tora! Tora! Festival organizzato dallo stesso Agnelli: «Mi trovo sempre più in difficoltà a scegliere gli headliners. Non potrei mai mettere come gruppo di punta i One Dimensional Man, per quanto li apprezzi. Servono grossi nomi, per attirare il pubblico e far conoscere le formazioni minori». Dura lex, sed lex.

Una curiosità, fortemente inaspettata: nel book di Ballate…, tra i ringraziamenti, compaiono anche Le Vibrazioni. Manuel svela: «Francesco, il cantante, è stato un nostro tecnico. Accordava le chitarre, le portava in scena: le sue entrate erano molto più “ad effetto” delle mie, di sicuro. Il loro successo sfata anche la diceria che girava tempo fa, secondo cui gli Afterhours porterebbero sfiga. Per cui, grazie anche a loro».
Altro dubbio rivelato, la presunta freddezza dell’Agnelli: ho visto una marea umana costringerlo con le spalle contro uno scaffale di dvd. Con disarmante serenità, ha firmato autografi, posato per foto, parlato a cellulari: «A vent’anni, queste cose mi infastidivano. Ora non ho problemi, perché so di dare piacere a chi le riceve. Firmare un autografo è come stringere una mano».

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Foto sopra, la band alla FNAC

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