E fu il Papa - Magazine

Attualità Magazine Giovedì 28 aprile 2005

E fu il Papa

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Il funerale lo seguo seduta al mio Mac, in redazione, ascoltando la radio.
Sto cesellando il mio reportage e scegliendo le foto migliori, penso a tutt’altro.

Sei dentro il mio cuore, sempre, dice. Dentro non mi basta più, sussurro.

Qualche giorno prima dell’inizio del Conclave ricevo una telefonata che mi invita a Roma e che non posso rifiutare.
Parto che l’alba di martedì 19 aprile non è ancora giunta, la notte scivola via con le luci della città che si fanno più grandi, e l’auto va, spinta dalla musica dei Chemical Brothers. Belive. Credere.

Credimi, gli ho detto. Credi a quello che ti dico, seppur le mie parole si tingono di sorrisi e buffe smorfie. Credimi, gli ho detto. Credi a quel che provo.

Il treno arriva e poi parte, e nei miei sogni non ci sono pensieri. Sto andando a Roma per lavoro, il Conclave è solo un contorno, non ci penserò.
«Eppure – dico a Luciano, mio compagno di viaggio - potremmo farci un salto, vedere il fumo, pensare di essere anche noi come loro».
«Loro chi?», domanda.
«Quelli che credono», rispondo.

Credo in te. Gliel’ho detto il giorno in cui mi ha svelato la sua verità, gliel’ho ripetuto prima di partire, gliel’ho dirò dopo il ritorno. Ma lui tutto questo già lo sa.

L’appuntamento in via Salaria è alle 14. Il treno frena nella Tiburtina alle 10.30. Piazza San Pietro è ad un giro di metropolitana, così vicina, così vicina, che mi è impossibile non tornarci.
La gente è sempre tanta, si muove come un fiume diligente, libera da transenne, con gli occhi sempre al cielo.
Il comignolo tace, ma quando alziamo gli occhi ci saluta. È fumata nera.
«Meno male! Io ho paura del Pastore tedesco», ridacchio davanti agli sguardi di chi invece quel Pastore lo sta aspettando, come gregge.

Non mi ha mai detto di aspettarlo, eppure io lo faccio. Aspetto che capisca il corso delle cose, che ne colga i particolari, che faccia sua la convinzione che inevitabilmente prima o poi c’è sempre una scelta da fare. Prendermi o lasciarmi. Per sempre.

La gente in fila per accedere alla tomba di Giovanni Paolo II non è eccessiva e decidiamo di avventurarci anche noi.
In soli venti minuti siamo dentro alla storia della Chiesa.
Il lusso e l’austerità. L’oro barocco e la fredda terra. Una candela illumina Giovanni Paolo II. Un sorvegliante spinge la gente via.
Cosa ci facciamo qui noi? Penso, ma non ho motivo di rispondere.
«Benedetto – dico con voce ferma al mio amico – Così si chiamerà il nuovo Papa».
«E perché?», domanda lui.
«Perché vorrebbe dire che io ho ragione», sentenzio.

Io ho ragione. Puoi anche cacciarmi via, ma io ho ragione. Uccidimi nel tuo cuore, ma non cancellerai la verità.

Dopo la registrazione della trasmissione abbiamo un’ora e mezza prima del treno del ritorno.
Ci attardiamo in libreria, e siamo lì quando inizia a diffondersi la notizia della fumata bianca.
Bianco come il foglio in cui scrivo, come la matita che ho tra i capelli.
Bianca come il giglio, come quella gonna che non ho messo più.
Come un’onda elettrica che passa e scuote la gente s’agita chiedendo chi è.
È troppo presto per saperlo. Le metropolitane si riempiono.

…il libro che scriverò per lui. Ogni parola che scrivo è per lui. Per dirgli quello che non si può dire, perché c’è una cosa non so fare, ed è dirgli una bugia.

Mi arriva un SMS e sono io a dare la notizia all’intero vagone.
Avevo ragione! È Ratzinger.
S’alza il brusio, qualcuno scuote la testa soddisfatto, qualcun’altro inneggia al ritorno dell’Inquisizione.
M’immagino già bruciata sul rogo quando, tra i sobbalzi del treno che mi sta riportando a casa, una voce al telefono dice: Benedetto XVI.
Ed io sorrido.

Ho ragione io, prendimi con te.

Fine

Manila Benedetto

Nella foto: il Cardinale Ratzinger con Giovanni Paolo II

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