Dorfman: la violenza delle parole - Magazine

Teatro Magazine Teatro Duse Mercoledì 27 aprile 2005

Dorfman: la violenza delle parole




Riproponiamo la nostra recensione, dello spettacolo che ha debuttato la scorsa primavera (2005). Al Teatro Duse fino al 22 dicembre.


In un altro storico 11 settembre, del 1973, in America Latina (Cile) Ariel Dorfman e con lui molti altri entrarono nel regno del terrore di Pinochet, da cui Ariel uscì incolume per un caso del destino. Quello stesso destino ha fatto di Dorfman uno storyteller che per 25 anni ha cercato di raccontare la stessa storia cilena in molti modi diversi. Il lavoro di una vita che Dorfman afferma di vivere come un ghost, uno scampato alla morte che più volte l’ha minacciato e spinto in esilio nel mondo. Da queste premesse nasce La morte e la fanciulla, il testo teatrale più conosciuto e rappresentato nel mondo che Dorfman scrisse nel ’92 e Roman Polanski (con un cast d’eccezione, tra cui Sigourney Weaver e Ben Kingsley) trasportò al cinema su sceneggiatura dell’autore stesso nel '94.

Un testo violento, di quella violenza che solo il dialogo sa mettere in scena e di cui gli attori sono meri portavoce. Una forza squassante della parola che dalle interiora emerge anche senza grossi sforzi interpretativi per riversarsi addosso all’avversario, alla vittima, all’altro attore. Così in questa versione curata nella regia da Riccardo Bellandi, allievo insieme al cast tutto della scuola dello Stabile, il testo la vince sui suoi attanti. Paulina (Alessandra Schiavoni) e Gerardo Escobar (Federico Vanni) sono marito e moglie e complici in passato di avere salvato molte vite sotto il "regime" che li voleva morti. Sequestri e torture, ma non per Gerardo, risparmiato per caso. Paulina invece, colta per strada, dimenticò di ribellarsi. Con una pistola puntata alla schiena ubbidì alla violenza e andò incontro all'orrore. Massimo Brizi, con il suo dottor Miranda un po’ sado, certo nichilista e nietzscheano, emerge fra i tre protagonisti per il ruolo scomodo che gli è capitato e per una certa destrezza nel presentare il buono-per-forza che gli si veste addosso senza una piega. Una prima nazionale giocata in casa con un pubblico affettuoso e pronto all’applauso.

Su una scena vuota, un tavolo e quattro sedie ci propongono in un’ora e mezza il conflitto interiore di una donna posta di fronte a chi potrebbe essere stato l’artefice delle atroci torture da lei subite 15 anni prima. Quei momenti hanno cambiato per sempre la sua vita e la sua storia, ma non hanno incrinato per nulla la sua tormentata storia d’amore e fedeltà con il giurista Gerardo Escobar, di cui più tardi è diventata moglie. Sullo sfondo, a livello sonoro, il Quartetto n.14 in re minore di Schubert, leit motiv drammaturgico e, a livello scenografico, una successione di immagini che sembrano raccontare un vissuto cellulare, visto al microscopio e in proiezione 3D di qualcosa di profondamente femminile, forse l’utero.

Inesorabilmente intenso.

Così Dorfman commenta il golpe e il suo dopo:
It was the moment in my life when everything changed, the moment of conception of the person I now am, how I became this person who's bilingual, who's multicultural, who's hybrid... Why am I in exile?... Why do I speak English when I swore I wouldn't? It all has to do with the fact of the coup, and the fact that I was spared. Life pardoned me. History pardoned me. Violence passed me by. Death decided not to take me. I should have been at La Moneda Palace with Allende...
Ariel Dorfman


(Traduzione mia: "Fu il momento della mia vita in cui tutto cambiò, l'attimo in cui fu concepita la persona che sono oggi, il perché divenni questa persona che è bilingue, è multiculturale, è ibrida... Perché sono in esilio?... Perché parlo inglese quando avevo giurato di non farlo? Tutto ha a che fare con il golpe e il fatto che fui risparmiato. La vita mi ha assolto. La storia mi ha assolto. La violenza mi ha sfiorato. La morte ha deciso di non prendermi. Avrei dovuto essere a La Moneda Palace con Allende...)

Potrebbe interessarti anche: , Giudizio Universale: la Cappella Sistina secondo Marco Balich , Artisti e progetti vincitori di #UBU40 accanto a quelli di Hystrio, Rete Critica e ANCT , Turandot: la trama dell'opera, tra un principe pirlone e donne con scarsa autostima , Acqua di colonia: il colonialismo italiano secondo Frosini/Timpano , Dall'Olanda il teatro-incontro in Perhaps All The Dragons dei Berlin