Magazine Giovedì 21 aprile 2005

Sul prato di Sergio Staino




I miracoli delle nuove e delle vecchie tecnologie non smettono di farci star bene. Al telefono con Sergio Staino, uomo dalla gentilezza profonda e generosa, dopo pochi minuti di conversazione mi sono sentita trascinata accanto a lui su un prato toscano vicino a Firenze in questa giornata di una primavera che tarda a farsi amare.

Staino è atteso a Genova per due serate sul suo lavoro. Il 28 e il 29 aprile il Teatro dell'Archivolto ospita il Festival Staino. Fumetto in palcoscenico per festeggiare i 25 clamorosi anni di r-esistenza di Bobo e il suo primo libro per bambini dedicato alla massima eredità che tutti noi gli stiamo lasciando: la spazzatura, Pecciolo contro Talquale, il mostro spazzatura, (Panini Franco Cosimo, 2003).

Cinismo a parte, Bobo fa compagnia agli italiani, insieme alla sua cara figlioletta Ilaria e alla storia contemporanea, da tanti anni quanti probabilmente ne ha oggi la vera Ilaria di Staino. Con lei, (la figlia nella realtà) è nato in qualche misura questo personaggio e il duo Bobo-Ilaria (bambina piccola e saccente), spesso oggetto di feroci critiche. Eppure Staino non ha demorso: «E una ragione c’è!», mi spiega, «anche se l’ho scoperta poi.» La coppia Bobo - Ilaria è storica: con lei si compie quell’incoerenza per cui la storia dell’individuo prima o poi si scontra sempre con quella con la S maiuscola e con le ideologie. «L’arrivo di Ilaria», racconta Staino, «è legato alla prima grande incrinatura nell’ideologia marxistista-leninista» da lui abbracciata e di cui era anche attivo militante. Mentre tra le sue mura si consumava una vicenda familiare che lottava contro un diritto di famiglia obsoleto, che di lì a poco sarebbe mutato in modo favorevole per quella stessa famiglia - gli Staino - altrove, nella sede e sui volantini dell’ideologia che Staino distribuiva e appendeva ai muri si lottava contro quella stessa nuova legge sul diritto di famiglia in procinto di essere in parte modificata. Da lì nasce l’Ilaria-bambina che riporta Bobo con i piedi per terra e quel momento va a trasferirsi in tutta la struttura del fumetto.

Staino-Bobo, Bobo-Staino, lui stesso a tratti parla di sè come di Bobo e viceversa. Sono confusa. Le prime cose che si imparano studiando letteratura sono i concetti di finzione, plot, narrazione e voce narrante, distinti dalla biografia dell’autore... Mi faccio forza e, nel coro di voci che acclamano all’identità favolosa Bobo-Staino-Bobo, domando:
“Si è spesso parlato di identità, parliamo di differenze?”
«Di diverso da Bobo c’è che Staino ha una vita migliore, vissuta a spese sue. Quando Bobo è nato tutta una serie di frustrazioni mie le ho riversate su di lui, liberandomene. All’inizio Bobo ne risentiva con un segno che tradiva un certo nervosismo, oggi invece gode di una certa rotondità, meno rughe che coincidono con una maggiore rilassatezza da parte mia nella vita. Il suo vantaggio è nell'essere un perenne quarantenne con due figli sempre piccolissimi, mentre io...».

Per disegnare Bobo, Staino parte dal naso e questo te lo dice senza esitazioni, mentre sul nome qualche dubbio c’è. Poi afferma: «È casuale», ma riflettendoci su, lo riconduce a effetti inconsci del ricordo di Capitan Cocoricò, di Rudoplh Dirks, che ha «una certa somiglianza con Bobo anche nella struttura del gruppo familiare» con i due monelli Bibì e Bobò, una figura femminile di donna, "Mama", da noi "Tordella" (compagna o cuoca?) e un compagno di avventure, nonché ospite fisso, del nucleo familiare atipico, «L’Ispettore, un professore con tuba», dice Staino «che equivale al mio Molotov». Quale ricetta ha fatto sì che Bobo sia ancora tra noi? «È magico che dopo 25 anni la striscia funzioni ancora», confessa Staino, «specie in un mondo dove le cose durano molto poco. Credo che la sua forza sia una capacità innata di essere legato alle vicende del proprio tempo. Così ha evitato la cristallizazzione. E poi è pieno di ottimismo, vive la vita con emozione».

E Bobo continua... in un susseguirsi quasi ininterotto di battute pressocché quotidiane e che, se non tutti i giorni, propongono un discorso che parte da lontano e si proietta sempre in avanti. Le vignette sono caratterizzate infatti, specie per le battute di Bobo, dai puntini di sospensione prima e dopo. Perché? «È un fatto strano, certo. Fin dall’inizio ho avuto la sensazione che le vignette facessero parte di un unico romanzo, che tutte rimandassero ad altre vignette e ad altre storie.

All’Archivolto, Staino presenta anche il suo primo e unico libro per bambini: Pecciolo contro Talquale, il mostro spazzatura, che gli è uscito di getto e arrivato alla pubblicazione senza grandi ritoccamenti. Ma scrivere/disegnare per bambini è diverso o no? «Io racconto sempre le stesse storie ai grandi e ai piccoli, quello che cambia è il modo. Metto l’accento su elementi che possono essere più comprensibili e devo dire che mi riesce molto facile adattare il mio racconto a seconda dell’auditorio e la cosa mi piace». I bambini/ragazzi per Staino sono un argomento importante per questo prosegue: «Su di me hanno sempre esercitato un grande fascino. Ho insegnato a lungo alle scuole medie e devo ammettere che ho imparato tanto. Nel momento di smettere ricordo una paura enorme, paura di perdere la fonte della mia ispirazione. Li ho ascoltati molto, come ho sempre ascoltato i miei figli e ho sempre creduto nello scambio».

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