Magazine Mercoledì 20 aprile 2005

La fiaba silenziosa di Fogliadisole

Magazine - Incontro Milena Belliardo a Bordighera, sul lungomare. Entriamo in un bar: mi obbliga a cercare il tavolo più esposto al sole, per gustare meglio l’affogato al caffè. Parliamo del suo primo libro, Fogliadisole. Il coraggio di una vita, edito da Marsilio (pp. 165, 13 Euro), che verrà presentato da Nico Orengo venerdì 22 aprile a Bordighera (con interventi di chi scrive e di Claudia Claudiano).

È la storia della whitmaniana Milena - “Fogliadisole”, rimasta sorda dall’età di 16 anni (ora ne ha 25) a causa di una rara forma di tumore, e dell’amore, impossibile, con un professore cinquantenne incapace di accettarne la diversità e l’impeto prorompente.

Milena, come è nata l'esigenza di raccontare la tua storia?
«Nel luglio del 2003 mi ritrovai a brandelli, rifiutata dall’uomo che all’epoca avevo amato di più, e con cui avevo sognato un futuro di comunione. Sin dalla prima sera, capii che c’era intesa. Ma “Fogliadisole” era sorda: gli bruciavo dentro. Si allontanò. Cominciai, allora, a scrivere alcune lettere. Ecco, ho scritto la mia storia per dare al professore tutto l’amore che non ho potuto dargli nei fuochi di maggio. L’ho scritta per manipolare il tempo, convinta che debba restare qualcosa. L’ho scritta perché si sentiva il bisogno di una fiaba dolce e crudele come la vita».

Chi è “Fogliadisole”?
«Una ragazza bellissima che racconta cose bellissime».

Ad esempio?
«L’amore. Le mie parole sono sempre piene d'amore».

Le tue parole però sanno anche toccare un altissimo punto di congiunzione e di coerenza. È un modo per pacificare la divaricazione che c'è tra te e il mondo?
«È la necessaria conseguenza del mio osservare attentamente ciò che mi circonda: gli sguardi, la gestualità, i movimenti. Questo modo di guardare mi apparteneva ancor prima di perdere l’udito. Nel silenzio si è poi accentuato, diventando uno strumento in più per comunicare. Dietro un gesto c'è sempre un "perché", anche quando la comunicazione verbale non riesce a dirlo. Ti obbliga a pensare. Il pensiero è già scrittura e la parola scritta arricchisce e comprende quello che rimane inespresso verbalmente».

Quali erano i tuoi sogni da bambina e cosa sogni oggi?
«Da bambina volevo fare l’hostess, viaggiare, parlare tre lingue e vedere tredici mila persone al giorno! I miei sogni di adesso sono in parte i sogni realizzati di quella bambina, nel senso che tre lingue le parlo, le scrivo e le leggo sulle labbra, senza contare che grazie a questo libro “Fogliadisole” conoscerà davvero tredicimila persone! Oggi, tuttavia, sogno di poter vivere lontana da casa. So di avere un handicap di tutto rispetto e una malattia con la quale non si deve scherzare, ma conosco le mie necessità e i miei bisogni. Grazie alla pensione ho pagato tutti gli accompagnatori che mi servivano per laurearmi in storia, per vedere il mare e per conoscere il mio editore. Mi sento consapevole di una certa intelligenza, di una bella scrittura e di un sano ottimismo. Però finché non abiterò sola, in una zona a misura di disabile secondo le mie specifiche esigenze, sarò un albatros monco».

Ancora sulla scrittura. La tua è una vena narrativa solida e fluente.
«Leggo molto. Credo di avere il cervello diviso in scomparti storico-antropologici, con una maggioranza di cassettini per la storia moderna. Penso poi che sia grazie all'esempio degli intraprendenti pirati del XVI secolo - i quali hanno insegnato all’umanità ad essere libera - che Fogliadisole sia andata da sé a fare provvista al di là degli studi “accademici”: Duras, Ishiguro, Radiguet, Blixen, Garcia Marquez, Mastretta, Serrano, Colette, Amado. Tra gli italiani mi piace la Mazzantini, mi riconosco nei suoi esordi. Seguo la contemporaneità e comunque non scarto nulla a priori, anche se provo una certa antipatia per i serial killer che vanno di moda adesso».

Credi in una vita aperta al sogno?
«Se si ha la fortuna di considerare la vita come un dono, e non come una disgrazia, la realtà sarà inscindibile da quello che si è immaginato. Sì, si può vivere di sogni: basta volerlo».

Quale significato ha il ruvido paesaggio ponentino di “Fogliadisole”?
«Il paesaggio “crea l'umanità”, permettendo di riconoscere in esso identità. La geografia è una faccenda interiore, ha sempre qualcosa da insegnare perché ti rimescola dentro. Scrittori come Orengo e Biamonti hanno da insegnare tanto quanto gli uliveti liguri».

Dove pensi che sia finito il "tuo" professore?
«Il mio professore è vivo e vegeto. Forse gli manco un po’, ma non ha ancora trovato il coraggio di dirlo. Ah, questi uomini!»

Mara Pardini

di Mina Vitiello

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