Magazine Mercoledì 20 aprile 2005

Elogio della raffinatezza

Il tratto di Sergio Toppi ha un che di diamantino: incide la carta e la memoria come un bisturi prezioso.
Non a caso, il suo strumento di disegno prediletto è il pennino: l’arma più raffinata che possa danzare fra le mani di un disegnatore.
Tra le sue, poi, è diventata, negli anni, veicolo di fascinazioni incredibili.
Grazie alla Biblioteca De Amicis, è stato lo stesso Toppi, martedì 19 aprile, ad illustrare la propria indiscussa maestria.
L’occasione gli è stata offerta dalla pubblicazione del suo Funghi e altre storie cattive (Ed. Le Mani, Collana Perle di China), una raccolta di racconti illustrati guidati da un cupo fil rouge: «esiste sempre un lato oscuro, in tutte le cose», spiega, «ma ciò non vuol dire che io sia cattivo!».
Ad introdurre le opere dell’artista milanese, un fan d’eccezione: , entusiasta di poter esprimere la propria ammirazione per Toppi da una posizione estremamente privilegiata. Anni fa, infatti, l'autore di Storia dei popoli a fumetti disegnò una delle vicende della sua ultima creatura, Julia.
Il vate della verticalità nel fumetto, colui che narra le proprie storie attraverso ampie tavole arabescate in cui imponenti figure narrano mille volte più con la loro postura che con un fiume di parole, fu costretto a contenere, con sofferti ma ottimi risultati, la propria esuberanza grafica nella griglia di minuscoli rettangoli impostagli dalla precisissima sceneggiatura di Berardi.
Il quale sottolinea: «ero estremamente lusingato del fatto che Sergio mi chiedesse chiarimenti. Ecco cosa ammiro in lui: l’umiltà, la coerenza, la determinazione».

Toppi, in , ha accompagnato le letture di svariate generazioni di sognatori italiani: sulle pagine del Corriere dei Piccoli, spalla a spalla con altri storici disegnatori come Tacconi e Di Gennaro, poté sviluppare la sua inconfondibile tecnica sperimentando un ritmo narrativo in cui le vicende vengono narrate non come una sequenza di eventi, ma come attimi infinitamente sospesi. Legati in maniera sequenziale, ma perfettamente leggibili se considerati singolarmente. Splendidi arazzi di china.
Confessa: «non credo sia possibile scindere il disegnatore dall’illustratore. Le mie tavole sono semplicemente racconti disegnati. Alla stregua di un’opera lirica: recitar cantando... ».

Il Messaggero dei Ragazzi, Linus, Alter Alter: Toppi ha collaborato con le migliori testate che, nel periodo d’oro del fumetto d’autore italiano, in un momento di ottime convergenze, proponevano anche le tavole di Hugo Pratt e Dino Battaglia.
Qualcuno tra i presenti all’incontro esibisce emozionato un vecchio albo: quelle pagine sgualcite ospitano le strisce vagamente oniriche de L’uomo del Messico.

I disegni di Toppi sono una miscela esotica di particolari arabeggianti ed iconografia celtica e maori: ghirigori e righe sottilissime in proporzione infinita modellano forme dal sapore mitico.
La sua vasta cultura emerge anche dai piccoli particolari: la decorazione di un monile o di una veste, la ricercatezza del lessico e dei temi nelle sceneggiature originali. «Non posso dire di aver attinto ad una sola fonte. Le mie influenze sono state numerose e svariate. Le ho compresse e ho sviluppato il mio stile. Il vero coraggio sta nell’essere consapevoli delle proprie imperfezioni. Essere obiettivi al punto da disfare il lavoro di intere giornate, se ci si accorge che c’è qualche imprecisione». Berardi, convinto, annuisce.
Ancora un esempio, quello di Toppi, di sincera modestia.

di Stefania Pilu

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