Benvenuti ama le donne - Magazine

Teatro Magazine Teatro Politeama Genovese Martedì 19 aprile 2005

Benvenuti ama le donne

Magazine - Ama le donne, in casa ne conta tre più la moglie.
È l’attore, regista e scrittore , a Genova mercoledì 20 e giovedì 21 presso il Politeama Genovese, con il suo Due gocce d’acqua in cui lo affianca Giovanni Pellegrino. Questo spettacolo, in cui due tecnici - un macchinista e un elettricista teatrale - lavorano per la prima volta insieme al montaggio di luci e scene per una produzione polacca di Waiting for Godot di Samuel Beckett, corrisponde ad un sogno giovanile di Alessandro. Ispiratori del primo cabaret dei Giancattivi furono infatti Beckett, Boris Vian e Ionesco, da allora l’affetto verso questi autori e il desiderio di confrontarsi con loro è cresciuto: «quando posso mi metto in una stanza di casa-Beckett anche se non ho il coraggio ancora di affrontare l’intero edificio».

Come in altre occasioni, anche questa volta, Benvenuti si è avvalso dell’apporto drammaturgico di Ugo Chiti, a cui lo lega una profonda amicizia personale oltre che professionale. «Abbiamo mille modi di collaborare e non ne abbiamo mai fissato uno in particolare», mi spiega Benvenuti quando gli chiedo come organizzano di solito la loro collaborazione. «Ugo è il mio compagno di viaggio preferito. La prima volta ci siamo messi a scrivere il soggetto teatrale di Ritorno a casa Gori. Due pomeriggi sono bastati per un lavoro che porto in giro da 18 anni. Chi se lo sarebbe mai immaginato. Io ho scritto i dialoghi, lui la scaletta. Abbiamo due velocità diverse. Per questo, credo, non abbiamo mai fissato un modo di operare. Ugo è molto più rapido, io tendo ad essere riflessivo. La grande fiducia che c’è tra noi ci permette di rispettare le due diverse modalità. Diciamo che spesso Ugo è il timoniere fino a che si tratta di scrivere il testo, poi mi passa il testimone, come in una staffetta e vado io al timone».

In Due gocce d’acqua Ugo Chiti ha lavorato all’impianto dello spettacolo per una riduzione cinematografica ancora da realizzare, e così ha fornito un’idea geniale per l’intero spettacolo-thriller che è quella del topo. Oltre ai due personaggi in scena infatti si inserisce un topo, che ha contribuito notevolmente a smuovere la curiosità del pubblico nelle molte repliche, diventando un elemento determinante per l’intero spettacolo e il suo successo.

Facendo una valutazione del suo percorso professionale Alessandro si dice fortunato e perfettamente appagato: «È proprio quello che, da piccolo, volevo fare da grande». E riflettendo sulla sua comicità confessa: «una maturazione, un approfondimento psicologico l'ha trasformata in filosofia. Solo camminando - e a me piace camminare - la comicità diventa caustica, completa e profonda. Non necessariamente più divertente. La comicità è come un bambino che cresce dentro di te, se non lo nutri avizzisce. Essendo la comicità un modo di guardare al mondo, più sai interpretarlo più essa si rinnova, mentre se te ne estranei il rischio è di diventare superficiali senza la scusante di essere giovani».

Ogni lavoro di Alessandro per il teatro diventa libro. In un'epoca in cui la drammaturgia italiana è poco seguita, costruita e sostenuta, la scelta suscita non poche domande, ma la risposta di Alessandro arriva semplice e diretta come le altre in tutta l’intervista: «Sto aiutando una giovane casa editrice fiorentina, , proprio per le ragioni di negligenza e disinteresse che tu hai descritto. Il gruppo di ragazzi che ha messo in piedi questa impresa editoriale ha accettato la sfida di costruire una collana di teatro e io gli faccio da fratello maggiore, mi sembra il minimo, loro sono così motivati...».

Alessandro è estremamente gentile e disponibile. Vista la sua esperienza familiare con il mondo delle donne non posso fare a meno di porgli un’ultima domanda: Come vedi la comicità al femminile in questo momento?
«Dopo le esplosioni di cattiveria più grosse - parlo degli esempi più eclatanti, vistosi, Guzzanti, Leone, Reggiani – devo confessare che c’è una forte identificazione con l’uomo, una pratica che mira a imitare la comicità maschile, a fare il “verso” agli uomini. Rimane penalizzata un’analisi dell’animo femminile che forse avrebbe dato migliori o più interessanti frutti.. Certo, c’è in questo un concorso di colpa e non sto qui a giudicare il lavoro di queste attrici di cui ho molta stima. Però credo che predomini un atteggiamento da parte delle donne, in molti ambiti diversi, che più che di emancipazione parla di assimilazione e riproduzione del modello maschile (vedi la donna manager). È come se le donne non sapessero diffondere la femminilità. Secondo me siamo già tanto brutti noi, che le donne quando fanno comicità, diventano volgari, delle buffone, sgraziate. Io amo molto le donne e credo che dovrebbero puntare sulla loro femminilità, non rinnegarla omologandosi al maschile. Non hanno capito forse che la femminilità non è il “lato B” di un 45 giri o di un “Long Playing”. Quella è l’altra parte del mondo, del cielo è il contributo più importante che le donne possono portare alla comicità...» e, aggiungo io, in generale nella vita.

Prossimamente, Benvenuti è così impegnato che ho fatto fatica a prendere appunti sulla sua agenda futura. È impegnato soprattutto come regista, ma anche come attore e coproduttore in Costruttore di Imperi, di Boris Vian, con la regia di Davide Iodice; regista di Califfa, scrittore di Me medesimo, uno spettacolo per un suo collega attore e, ad agosto, alla regia di Due uomini e una bionda poi di Creature di Zelig che approda in teatro.

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