Magazine Lunedì 18 aprile 2005

Altolà ai grafomani

In questo Paese la gente scrive molto. Tralasciamo che legga poco. È una cosa che va di moda. Trasudiamo letteratura. Festival, concorsi, corsi di scrittura creativa. Sembra che nella narrazione ci sia una risposta a tutte le cose. Giusto o sbagliato, questo vuol dire che viene prodotta una esagerata quantità di narrazioni. Di cui la stragrande maggioranza è completamente inutile. I motivi sono molti e quasi tutti ovvi. Ma c'è un punto fondamentale.

Scrivere significa essere sinceri. Fino alle estreme conseguenze. Scrivere significa prima di tutto rintracciare una "urgenza" narrativa. Scoprire se questa urgenza esiste e, una volta rintracciata, se la si può accettare o meno. Bisogna capire perché si scrive. Si può raccontare la verità o nascondersi dalla verità. C'è una differenza notevole. In entrambi i casi si può essere scrittori mediocri o eccellenti. In tutti i casi l'urgenza narrativa sta tra i ricordi e le zone più scomode di sé.

Da bambini giocavamo a nascondino e c'erano quelli più bravi. Vincevano sempre. Erano abili nel rintracciare velocemente le strategie migliori per non essere scoperti. Così sono i narratori puri. Gli autori che "scompaiono" dal campo e si rendono faticosi da rintracciare. Gli scrittori che hanno trovato la loro "urgenza" e l'hanno nascosta con tale abilità da dimenticarla o girarci intorno senza rivelarla. Gli altri bambini erano diversi. Lasciavano i piedi sbucare da sotto il letto, muovevano le frasche dei cespugli facendo rumore. Anche provandoci con serietà, erano troppo maldestri. Costretti a contare a occhi chiusi all'infinito, alla fine gettavano la spugna: "Basta, io non gioco più".

Scrivere è un atto di coraggio, che si tratti di assalto o di fuga. Mai di pigrizia. Affondare le mani nella propria melma e nella propria debolezza, smettere di nascondersi seguendo il più bravo, è un passo fondamentale e dovuto. È l'autoriconoscimento di un'altra abilità: sapersi conoscere. Capire quando smettere di giocare, quando dire «Io non gioco più», è difficilissimo. Pochi bambini lo fanno e sono rari come quelli che sanno nascondersi. Per questo motivo è dura mettersi al riparo dall'enorme quantità di letteratura “insincera” che grondano internet e i laboratori di scrittura. Ed è facile l'emozione per ogni rara manifestazione di talento vero.

Matteo De Simone
di Mina Vitiello

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