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Attualità Magazine Martedì 12 aprile 2005

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Mi piace questa libreria.
Mi piacciono le poltrone di pelle rossa che senza un senso apparente qualcuno ha sparpagliato per il piano. Riesci ad affondarci dentro tutto il corpo e a farle calzare come un guanto. Dopo un po’prendono la tua forma, diventano tue.

Mi piace questa libreria.
Mi piace osservare il frenetico viavai della strada diventare silenzio oltre questi finestroni. È un po’ come sbirciare un acquario pieno di pesci. Io guardo la gente e loro guardano me.
Una musica diffusa e sottile sussurra frasi incomprensibili all’orecchio.
Tra meno di mezz’ora Massimo Bubola parlerà del suo rapporto con Fabrizio De Andrè. Dovrei rimanere per prendere appunti, come farebbe una brava cronista, ma io non sono una cronista! Magari di Bubola parlerò un’altra volta.

Il mio posto consueto è libero. Terzo scaffale a destra oltre “Psicologia comparata del XX secolo”. Ecco la mia poltrona. Accanto qualcuno sta sfogliando di Banana Yoshimoto. Buona idea, è tanto che voglio leggerlo ma non l’ho ancora fatto. Perchè? Il punto interrogativo ancora rimbomba nella mia testa quando sobbalzo sulla poltrona.
“Giornata perfetta per lasciarsi”. Mi giro di scatto. Quel qualcuno è un uomo sulla quarantina, con gli occhi bassi sulle pagine di un libro.
Un giorno perfetto per lasciarsi?
Non c’è nulla di malinconico in questa giornata. C’è il sole appoggiato a un cielo azzurro, azzurro, l’aria è inaspettatamente tiepida ed è giovedì, preludio al fine settimana.
È un giorno perfetto per lasciarsi.
Ci siamo appena stretti la mano, credo che Alfredo non sia il suo vero nome.
Ha evidentemente una gran voglia di parlare, io per ora solo di ascoltare.
“Sono polacco”, e lo dice con un filo di voce. “E tu sei di Zena, vero?”. Sorrido istintivamente. Quest’uomo mi è già simpatico.
Sono entrata per cercare un libro ma non so quale. Un libro che segni un addio. Sto cercando un rifugio. Il modo per dilatare il tempo in attesa dell’epilogo di un sentimento su cui forse il sipario non si è mai alzato.

Alfredo ha vissuto a Genova per 6 anni. Gli piaceva il mare, ma soprattutto l’idea di vivere in un luogo frastagliato, incastrato tra l’acqua e la terra, dove i confini sono ben definiti. Da dove viene lui, oltre Cracovia, è verde pianura a perdita d’occhio fino al mare, fino a Danzica. Solo qualche collina leggera, movimenta appena il paesaggio. Nulla più. A Genova è arrivato per colpa di Ivano Fossati. Studiava italiano e per esercitarsi ascoltava la sua musica. Chi guarda Genova sappia che Genova si vede solo dal mare, (Chi guarda Genova. La pianta del tè, 1988) e così ha deciso di vederla la città, dalla terra e dal mare. 31 ore su di un pullman Eurolines da capolinea a capolinea, Varsavia–Genova, ed eccolo, finalmente, il mare. 10 anni esatti dopo, io avrei fatto lo stesso identico viaggio ma al contrario, complice la fine di una storia.
Ma a Zena non sapevano che farsene di un polacco che parla un italiano perfetto. È allora che Lech, si chiama Lech!, come il più famoso Walesa, diventa Alfredo.
“Parlo troppo, vero, Cristiana?” e calca la erre del mio nome. “Ha un bel suono, sai”. Senza un amore grande che debba ritornare uno di quelli che si aspettano per poi rinunciare. Dalla borsa tiro fuori la custodia di una cassetta di musica: Ivano Fossati, La pianta del tè, 1988. Lech me ne mostra una identica. Scoppiamo a ridere. Chi è l’uomo che ho davanti?
"Sarò qui il prossimo giovedì se vorrai farmi compagnia”.
E sparisce oltre uno scaffale.
Dopo qualche minuto , di Ivano Fossati, sostituisce la musica soffusa.
Grazie Lech.

Cristiana Stradella

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