Quella volta che morì il Papa - Magazine

Attualità Magazine Giovedì 7 aprile 2005

Quella volta che morì il Papa

Magazine - Morto il Papa. La televisione accesa da dieci ore, la voce del Papa riempie la stanza assieme al susseguirsi di musiche tristi e funebri, e commenti di giornalisti, sempre diversi e sempre gli stessi. Non vedo. Ho le lenti a contatto da 18 ore, mi graffiano gli occhi, lacrimo volontariamente e forse di rabbia.
Il TG5 manda per la quinta volta lo stesso filmato. Questa notte è morto il Papa.
Alle 4 di mattina, con l’alba che non tarderà ad arrivare e la sveglia già pronta, torturo i miei sensi e la mia capacità di pensare. Torturo i miei occhi, rossi insanguinati, e la voglia di dormire. Devo consegnare i miei pezzi.

Non conosco dolore e per questo lo inseguo. Ovunque io possa trovarlo.
Il pensiero di essere sola sveglia nella notte mi conforta. Nessuno ha bisogno di me.

Questa notte che è morto il Papa e ho assistito alla storia, me ne sto seduta, con la cinta ancora abbottonata, ad attendere quelle parole che non scorrono più fluide come un tempo, a trovare la voglia di raccontare, fredda, asettica, cinica.
La televisione parla, la luce accesa mi abbaglia gli occhi ormai ciechi.
Dove siete maledette parole, e dove sei tu, ora.

Me ne sto seduta alla mia sedia scrivendo parole da vendere al miglior offerente, e per la prima volta mi rendo conto di quello che significa possedere a metà una persona.
Non posso lamentarmi. Una vita a metà mi ha accolto sin dalla mia nascita, e facendone strada con falle da colmare l’ho camminata tutta. Fino ad oggi. Oggi che è morto il Papa ed io me ne sto qui seduta alla mia sedia, a raccontarlo.
Ammettere le mie colpe. Ruggisce questa coscienza, se s’infiamma la mia rabbia. Una vita a metà. Sarà questo il dolore che non conosco?
Me ne sto qui. Con la mia esistenza a metà tra le mani, che non sazia. Non tocca. Non avvicina. Il dolore mi completerà, se riuscissi a trovarlo.
Non soffro. Qualsiasi evento mi stia toccando. Invidio la disperazione silenziosa e rispettosa che riempie la piazza. Quelle immagini che adatto alla mia apatia.
Fatemi male, ditemi cos’è il dolore.

Finisce e scorre ogni vita. Me ne sto ferma ad aspettare di completare la mia.
Questa notte è morto il Papa. Ci lascia in eredità il suo nome.
Ho la cinta troppo stretta che soffoca la pancia. Questa notte non passa mai.

La notte in cui io nacqui era una notte come tante altre.



Manila Benedetto

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