Il Grigio di Serena Sinigaglia - Magazine

Teatro Magazine Teatro Duse Martedì 5 aprile 2005

Il Grigio di Serena Sinigaglia

Magazine - Una sera a teatro e una sera no.
Però una mattina al telefono per parlare con Serena Sinigaglia, sì.
Così è andata e Serena, rapida ed efficace, ha risposto quasi a tutto e quando non voleva l’ho costretta. No, non è andata proprio così.

Serena Sinigaglia è una giovane milanese, classe ’73, una regista già affermata di teatro di prosa e di opera lirica. Serena è fondatrice, presidente e direttore artistico del noto gruppo , Associazione Teatrale Indipendente per la Ricerca (nata nel 1996), e gruppo finanziato dal Ministero-Dipartimento dello Spettacolo nel settore della ricerca teatrale dal 1997. In questi giorni è di scena al Teatro Duse, (fino al 17 aprile), con di Giorgio Gaber e Sandro Luporini, scritto nel 1988 e pezzo forte del cantautore, prodotto dal Piccolo Teatro di Milano. Serena e il suo gruppo propongono un teatro per tutti, un teatro di prosa che vuole raccontare una storia attraverso l’interpretazione e immedesimazione degli attori nei loro ruoli. Niente finzioni, elucubrazioni, astrazioni e diavolerie complicate, solo un testo e i suoi personaggi, scelto tra i classici o tra la drammaturgia contemporanea. Serena ha messo in scena Romeo e Giulietta di Shakespeare, Baccanti da “Le Baccanti” di Euripide, Lear ovvero tutto su mio padre, tratto da “Re Lear” di Shakespeare, ma anche Semplicemente no, (versione internazionale), e Come un cammello in una grondaia, (versione solo italiana), liberi montaggi di testi tratti e ispirati da Lettere dei condannati a morte della Resistenza Europea, Where is the wonderful life? di Renata Ciaravino, Natura morta in un fosso di Fausto Paravidino, e molto altro che troverete nella sua

E adesso parliamoci con questo mostro sacro che, a trent’anni o poco più, è anche nella giuria del Premio alla vocazione Hystrio (nel 2002 e 2003), regista del radiodramma per Rai Radio 3 da A cena con Cloude, di F. Doboìs e ancora direttore artistico del festival estivo “Granara Festival”.

Perché Gaber? Dopo Shakespeare e i contemporanei, perché un suo testo e così intimista?
È una commessa del Piccolo di Milano: prima hanno chiamato Fausto Russo Alesi come attore, poi me come regista e siccome lavoriamo già insieme... Una commessa è un modo per scoprire cose inaspettate e così fare teatro diventa un gioco ancora più divertente e sorprendente. Non è sempre negativo. Certo è ben diverso se un testo lo scegli tu. Gaber l’ho accettato, però di mio non l’avrei scelto. Avrei avuto timore. Stentavo a credere in un Gaber senza Gaber, che reggesse senza il suo personaggio: un’artista del dubbio, un comico sornione e qualunquista, provocatorio. Io non ci avrei mai pensato. Di lavori su commessa ne ho già fatti molti: le opere liriche Falstaff di Verdi, il Guglielmo Tell di Rossini, Orfeo ed Euridice di Gluck, il Werther di Massenet.

Come lo hai affrontato Gaber?
Con curiosità, con la necessità di rispondere alla domanda “Può esistere Gaber senza Gaber? Può questo testo prescindere dalla forza istrionica del suo autore?”

Come hai risolto in pratica?
Ho chiesto a Fausto una recitazione molto fisica, molta immedesimazione e attorialità per contrastare e soprattutto non scimmiottare il Gaber-cantattore. Ho voluto vestire bene il personaggio su Fausto, quindi ho rinunciato alla narrazione e propeso per un’interpretazione che desse risalto alla storia.

Come esci da questo confronto con Gaber?
Non lo so. (Silenzio). Ogni esperienza ti insegna delle cose. (Silenzio). Questa mi ha insegnato a lavorare su uno spazio vuoto e ha rafforzato un approccio alla regia basata solo su attore e luci che diventano drammaturgia. Lo faccio spesso ma questa volta non avevo altro e la sfida è stata maggiore. E lo spettacolo è comunque molto movimentato.
Poi il lavoro su Gaber ha rafforzato la mia passione per la poetica di De Andrè, per i poeti dalla forte radicalità, che propongono un percorso netto. Gaber è troppo simile a me troppo contraddittorio.

Come si fa a fare teatro per tutti, come vi proponete all’ATIR?
Attraverso tante diramazioni del lavoro: attraverso i laboratori sul territorio, attraverso i nostri spettacoli e un uso semplice del linguaggio, una grande attenzione alla storia. Non assomigliamo ai Motus, piuttosto ai ragazzi del . Cerchiamo di mettere in scena storie classiche o contemporanee nel modo più diretto possibile. Niente cose strane, né di tendenza o avveniristiche. Un teatro di tradizione fatto da 30enni quindi pieno di ritmo, musiche, cambi scenici e una capacità comunicativa non dell’800 ma del 2005. Oggi, a parte il teatro di narrazione, è difficile trovare chi a teatro racconta una storia. Noi vogliamo che il media teatro diventi in piccolo un mass-media nazional popolare alla Gramsci di qualità, di qualità, di qualità...

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Nelle foto l'attore Fausto Russo Alesi, vincitore di molti premi tra cui l'Ubu nel 2002, in alcuni momenti dello spettacolo.

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