Gli Ultrà hanno vinto - Magazine

Outdoor Magazine Martedì 5 aprile 2005

Gli Ultrà hanno vinto

Magazine - Gli Ultrà hanno vinto.
È innegabile e lampante il loro trionfo. Il modo di pensare, concepire, vivere quel che fino a pochi anni fa era il più praticato e seguito sport nazionale, il Calcio, è radicalmente cambiato.
La “mentalità ultrà” s’è lentamente innestata in ognuno di noi e ci ha trasformato in tanti potenziali ultrà pronti ad uscire allo scoperto al primo manifestarsi di supposti torti subiti dalla nostra squadra del cuore o perpetrati, ma sempre a giudizio soggettivo, ai danni dei “nostri” colori o del “nostro” figlio impegnato coi compagnucci nel torneo della scuola.
Non c’è più misura. Non ci sono più regole condivise del gioco: tutto ciò che è contrario agli interessi della “nostra” parte è contro e va combattuta, fischiata, derisa, picchiata, fisicamente soppressa. A pianger lacrime di coccodrillo e ad invocare clemenza dopo l’irreparabile ci si penserà dopo... nel frattempo “…noi siam qua con le spranghe a caricar, romperemo il culo a tutti gli Ultrà”!

La Mentalità Ultrà impone che il calcio non sia più un gioco ma uno scopo di vita; non più un sano, divertente, edificante mezzo per il ristoro dello spirito, l’esercizio delle membra ed il corretto rapporto con l’avversario, ma un fine che giustifica preparazione maniacale, organizzazione meticolosa, dedizione quasi assoluta al rito che si officiava la domenica ed oggi durante quasi tutta la settimana.
Gli avversari sono nemici da abbattere e fischiare appena toccano palla. La partita ideale dei nuovi protagonisti degli spalti è quella giocata dai propri beniamini contro undici statue di marmo ed arbitrata da sé stessi. I pochi che ancora, ostinandosi sportivi, guardano l’interezza di una partita di calcio e resistono con tenacia all’inesorabile incedere della “mentalità ultrà” che avviluppa, appiattisce ed uniforma le menti dei nuovi zombi-sostenitori, caldeggiano e fremono per la loro squadra del cuore ma sanno ancora apprezzare il gioco espresso dagli avversari e, nel caso di sconfitta. Perchè, in fondo in fondo, sempre di un gioco si tratta ed i problemi seri della vita, purtroppo, sono ben altri e sempre in agguato.

Costoro, i pochi appassionati-tifosi-sportivi rimasti, hanno ben chiaro che il Calcio è bello finchè resta un gioco, anche se ad esso sono legati interessi economici giganteschi e che il modo migliore per combattere la macchina strozza-calcio creata dalla cupidigia del sistema è proprio quello di non prenderla troppo sul serio.
La mentalità-ultrà, invece, reagisce, contesta, interviene, fa cortei e non si rende conto che, come la mosca nella ragnatela, più si dibatte e più fa il gioco del ragno. Ma oggi negli stadi la mentalità-ultrà spadroneggia: non solo giovani colorati, tatuati, rasati, appesi alle transenne e ad impianti di amplificazione sonora sempre più potenti, ma anche la casalinga, lo studente, l’operaio, l’impiegato e il professionista irreprensibili nella vita quotidiana si trasformano in fanatici sostenitori a senso unico della propria parte senza conoscere il più delle volte neppure le regole basilari di quello che era un gioco.
Gli Ultrà hanno vinto.

Sabato scorso, 26 marzo 2005, sono tornato a Verona con i miei figli di 16 e 13 anni, ospite di amici veronesi. A Verona andai la prima volta il 30 gennaio 1977: avevo quasi 21 anni, col pullman del mio club; perdemmo 3 a 2, ma l’aspetto sconvolgente per l’epoca fu l’assalto che subimmo nel dopopartita da parte dei nascenti gruppi ultrà veronesi fortemente connotati politicamente all’estrema destra. Fu un’amara sorpresa: famiglie con bambini e tifosi assolutamente normali ed inoffensivi aggrediti da squadracce di giovinastri con mazze e bastoni sotto un fitto lancio di razzi ad altezza uomo. Oltre dieci pullman furono danneggiati ed il Genoa Club Terralba tornò a Genova senza il parabrezza anteriore.
Dopo quella volta a Genova fu deciso di non organizzare più la trasferta di Verona, ma il 18 dicembre 1983 la giovanile fiducia, la voglia di evadere con la fidanzata e la macchina nuova del mio amico Graziano mi riportarono al Bentegodi: eravamo in quattro, due ragazzi e due ragazze, ed appena steso lo striscione del club e lo striscione di contestazione al presidente Fossati fummo costretti a chiedere protezione ai pochi carabinieri presenti. Sentimmo l’intero secondo tempo alla radio tornando indietro verso Genova.

Sabato scorso, dopo ventidue anni, la riprova che il tempo è passato invano per le menti dei nuovi “sostenitori”: prima della partita raid di ultrà genoani con danni a vetrine di negozi prospicienti lo stadio. Finita la partita, assedio a tutto il settore dei tifosi genovesi chiusi dentro lo stadio per oltre un’ora, battaglia tra forze dell’ordine ed ultrà gialloblu coadiuvati nella follia dai gemellati ultrà viola della Fiorentina e blucerchiati della Sampdoria (Fieri Fossato e Vigevano). Poi l’uscita scortata e, sgattaiolato oltre il cordone della polizia per raggiungere la casa dell’amico veronese, il terrore d’essere riconosciuto come genovese mentre attraverso la terra di nessuno tra lo stadio e le vie limitrofe, tenendomi stretto le mani dei miei figli e non perdonandomi ancor ora d’averli esposti ad un rischio così assurdo e grande quanto solo l’umana ignoranza può essere.
Il Calcio non è più uno sport.
Gli Ultrà hanno vinto.
Tutti noi siamo meno liberi.

Marco Postiglione

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