Concerti Magazine Venerdì 1 aprile 2005

Roberta Nardi: voglio solo cantare

Sulle prime espressioni dei bambini c’è una letteratura oceanica, e tanta leggenda. C’è chi ha detto mamma (banale), chi papà (già meno banale), chi una parolaccia evidentemente ripetuta a raffica tra le mura di casa (divertente). Roberta Nardi, invece, ha cantato. E non è stato un fuoco di paglia: dopo vari anni continua farlo. Quando si dice “una passione che ho da sempre”. Roberta è venuta a trovarci e ci ha raccontato come le butta.

Ma prima un po’ di background, o retroterra che dir si voglia. Suo padre cantava nel Coro del Monte Bianco, ma lei ha pensato bene di diventare architetto. Finché non si è rotta. Perché? «Mi ritrovavo a lavorare per ore e ore davanti al computer – dice – ed era come se la mia vita si stesse avviando su una rotaia. Più andavo in quella direzione più dovevo andarci». Insomma, Roberta era in quella situazione in cui, come dice Montale, “Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Ma non si è lasciata scorre il tempo addosso. Nel frattempo cantava, cantava e studiava, frequentava seminari musicali. A un certo punto molla il tecnigrafo, o meglio il pc, e decide di fare altro: soprattutto la cameriera, e lavoretti in genere. Infine arriva alla Fnac, dove tutt’ora cura la sezione Jazz.

Un caso, ma neanche troppo, visto Roberta è proprio sul jazz che punta. Da piccola ascoltava i generi più vari (il Coro del Monte vi basta?). Il suo mito è , «la più grande cantante jazz dell’era moderna dopo Holliday e Fitzgerald», dice lei, «ma anche è una grande».
Inizia a suonare nei locali come vocalist: Madeleine, Barbarossa, Le Corbusier. Proprio in quest’ultimo sta portando avanti un progetto per voce e chitarra insieme ad Enrico Testa dove, da metà aprile, dovrebbero iniziare gli aperitivi musicali nel dehors. Fanno soprattutto cover di classici: «perché – dice Roberta – nell’interpretazione sento di dare qualcosa in più», ma anche brani più pop o rock, come Vasco. Il suo sogno è quello di incidere un disco, in cui includerebbe anche canzoni sue. «L’obiettivo è diventare professionista – continua – campare cantando, insomma».

Ma a Genova è facile farlo? «No, è difficilissimo. È una città chiusa. Il livello è molto alto ma ci sono poche possibilità. L’Italia stessa è limitante per un musicista rispetto ad altri paesi».
La scenetta tipica delle nostre parti, che ricordiamo ridendo, è: un tipo chiede a un altro «Che lavoro fai?». E l’altro: «Il musicista». «No, intendevo come lavoro…», chiude il primo.
Ma di andarsene via non se ne parla: «Ci ho pensato molte volte – dice - ma Genova mi piace tantissimo, e ho molti legami».

Nella foto: Roberta Nardi

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