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Pasqua con i tuoi

Attualità e tendenze Magazine Giovedì 31 marzo 2005

Magazine - Il pranzo di Pasqua. Che evento, signori miei. Per giorni s’odono in casa squillare telefoni, zie che si scambiano ricette, inviti, ridanciani pettegolezzi sull’abito nuovo della moglie del figlio della vicina di casa.
Il pranzo di Pasqua una volta all’anno arriva, ed è quasi peggio di quello di Natale.

Il pranzo di Pasqua a casa di mia zia viene preparato una settimana prima.
La mia cugina zitella e la tanto cara zia iniziano la ricerca degli ingredienti il lunedì, al martedì hanno già in mente tutto il menù, il mercoledì preparano i primi dolci secchi, il giovedì allestiscono gli addobbi per la tavola, il venerdì e il sabato cucinano ad oltranza, e la domenica mattina sono pronte ad accoglierti, sorridenti, sulla porta e con già una forchetta in mano per l’assaggio della pasta (“Come la vuoi tu la pasta a zia, ardente?” “Al dente, zia, si dice al dente…”).

Le urla dei bambini si iniziano a sentire quando io sono ancora sotto le finestre del palazzo. Le corse forsennate nei corridoi, inseguendosi per rubare uno all’altro la sorpresa migliore dell’uovo, riecheggiano per tutta la strada con il loro tonfo sordo che non lascia presagire nulla di buono per la mia testa così delicata, così propensa ad emicranie incurabili.

Mi faccio coraggio quando suono al campanello. Recito mute preghiere salendo le scale e cerco sempre di esibire il sorriso migliore del mio repertorio di sorrisi falsi e di circostanza. Ogni volta spero di evitarmi il bacio con uccisione di mia zia, ma è impossibile: se lo prepara per mesi quell’abbraccio devastante che ti schiaccia due costole, te ne incrina tre, mentre un risucchio bavoso ti stacca la cipria dalla faccia.

Rassegnazione. Ecco cosa ci vuole. Inutile anche tentare un “Auguri a tutti”, per evitare altri baci col risucchio, perché tanto prima di iniziare a mangiare, anche se sono le 14.30 perché io mi sono svegliata troppo tardi, uno per volta, dai bambini agli anziani, si alzano per dare gli auguri a tutti gli altri. E si crea il traffico intestinale. 27 persone si baciano e risucchiano trucco ed epidermide, punti neri e saponi.

La prova del cibo non la supero mai. Già all’antipasto do segni di cedimento e quando la zia insiste nel farmi mangiare anche la pasta, io di solito mento. Mento spudoratamente inventando un’intolleranza alimentare. Una sempre diversa. Negli anni ne ho collezionate così tante che non dovrei mangiare più nulla. Purtroppo di intolleranze vere ne ho solo una: ai peperoni. E quando mia zia me li porta come secondo, dicendomi che questi no, non posso rifiutarli o si vendicherà, allora so che per i prossimi due mesi il mondo per me non sarà più lo stesso.

Il momento più triste della tavola è l’arrivo della frutta secca. Degli arachidi e dei pistacchi, di nocciole e schiaccianoci sparsi per il tavolo, in attesa che uno dia il via al concerto di crack crock snack.
I cumuli di bucce formano montagnole davanti ai visi contratti, sottoposti allo sforzo di ingerire cibo in quantità illimitate, e ben presto li nascondono.
Allora, forte del mio unico pistacchio deglutito, rilasso il volto e svelo il mio viso pieno di terrore. Un occhio attento però mi vede, è quello di mia madre, e mi stringe un polso implorandomi di non andare via, per il bene della famiglia.

Allora cedo. Cedo per sempre. Cedo inesorabilmente al pranzo di Pasqua. E quando arriva il dolce, afferro il mio piatto senza fare resistenza.
E lo lancio in faccia al primo che mi chiede se sono sazia.

Manila Benedetto

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