Magazine Venerdì 25 marzo 2005

Invecchiare senza elisir né pozioni

L’ho sentito dire: «non c’è peccato più grande che invecchiare senza sapere niente di sé». L’ho sentito dire e ci credo. Sì, perché si invecchia per questo: per sapere di noi. Così quando sappiamo qualcosa ne assumiamo il carattere, tanto da scriverne nel nostro corpo l’immagine. Il nostro corpo, allora, diviene una metafora che aggiunge ai processi biologici ulteriori significati.

Tutto il nostro essere si sposta gradatamente verso l’anima, ed è lì che prosegue la vita e la sfida per il suo senso. Così nella vecchiaia assistiamo al sublime mistero della vita: la decomposizione fisica genera pensieri a dimostrare che la vita dipende pure da batteri muffe e chimica, ma il pensiero no. I pensieri più ‘inadatti’ sopravvivono. Ecco come si presenta l’evoluzione. Ecco come succede l’inspiegabile. Ma ne siamo coscienti? Oggi assistiamo ad un allungamento della vecchiaia. Qualcuno pensa anche di fermarla, rinviarla; ma si ottiene solo un allungamento, un percorso più lento, comunque inarrestabile e senza senso. Ora bisogna, invece che aggiungere capelli alla nostra testa, stirare le rughe del corpo o travasare ricostituenti nelle viscere, mettere nel cervello nuove idee, nuovi pensieri, e contemplare nuove libertà.

Come sostiene James Hillman nel libro La forza del carattere: «arrivati ai cinquanta o sessant’anni è ora di incominciare un altro tipo di terapia: la terapia delle idee». Ecco, questo è ciò che penso e che mi piace.
Allora Buona Pasqua, buona resurrezione. Con nuove idee.

Giorgio Boratto
di Giorgio Boratto

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