Magazine Domenica 20 marzo 2005

Lavorare con lentezza

Art’Intorno colpisce ancora. Venerdì 18, dopo la serie di Incontri col fumetto, il centro artistico e culturale ha organizzato, in collaborazione con la Fondazione Regionale Cristoforo Colombo, un incontro con Giancarlo Berardi dal titolo Il fumetto tra cinema, letteratura e musica.
Un pretesto interessante e ricco di fascino, per saltabeccare da un angolo all’altro della vicenda umana e professionale del famoso sceneggiatore genovese.

Il nome di Berardi è indissolubilmente legato a quello di Ken Parker, il trapper con le fattezze di Robert Redford e con lo spirito crepuscolare di quel Jeremiah Johnson che lo stesso biondo attore ha incarnato nel 1972, in Corvo Rosso non avrai il mio scalpo.
Berardi, nel ’74, immaginò un antieroe del West dai tratti irregolari (”Redford non ha una bellezza scolpita: quella gobbetta sul naso, la pelle bitorzoluta…”), portatore di tematiche nuove e profonde: l’odio per il razzismo, in particolare.
Il suo personaggio, tratteggiato dal poetico tratto dell’amico di sempre Ivo Milazzo, accresce il proprio animo con la scoperta, la cultura, il sapere: aspetti preponderanti anche nella vita del suo creatore.
Berardi, a questo proposito, ricorda con affetto i tempi dell’infanzia: ”La mia era una famiglia modesta, non avevamo grandissimi mezzi: io raggranellavo i soldi della paghetta e andavo a comprare libri usati sulle bancarelle. Una volta letti, li rivendevo, per poterne poi acquistare altri”.
Anche il mondo della celluloide ha avuto un’impostazione pionieristica, per lui: ”Ho visto migliaia di film. Se pensate che ho iniziato quando avevo sei anni… Certe volte, riuscivo a vedere anche tre pellicole e mezzo al giorno, grazie ad uno zio che lavorava in un cinema”.
È facile comprendere, allora, quanto sia naturale, per lui, inserire frammenti di tale bagaglio formativo nelle proprie creazioni.
Anche Julia, copia di china di Audrey Hepburn, nelle edicole dal 1998, non fa eccezione: ”Non avrei mai creduto che molte ragazze di oggi vedessero in quella bellissima attrice un modello da seguire. Invece è così, a quanto pare”.
Perfino nella serie western Welcome to Springville, pubblicata sulle pagine dello storico Lanciostory negli anni Settanta, fece capolino un viso storico della Hollywood di indiani e cowboys: il John Carradine di Ombre rosse e L’uomo che uccise Liberty Valance.
”Una volta, a Roma, - ricorda divertito Berardi- vide alcune tavole: si riconobbe subito. . Morì poco tempo dopo: non ebbe il tempo di chiedermi i diritti. A Redford, da buon genovese, non ho mai fatto sapere che ho usato la sua faccia per un mio personaggio: hai visto mai!.

Il misurato Berardi, dalla voce modulata ed un’aria da Corto Maltese mitigato dagli anni, ha fama di essere uomo preciso ed estremamente esigente. Le sue sceneggiature sono rinomate per la ferrea disciplina che impongono ai disegnatori: ”Quando tutto è ben spiegato nella sceneggiatura, l’illustratore non può allontanarsene troppo. Si evita, così, di scadere in risultati sempliciotti che si risolvono in paginate di primi piani, che-sì, richiedono poco tempo di realizzazione- ma che vanno a scapito delle ambientazioni o dei movimenti dei personaggi”.
Rinomati sono anche i suoi tempi di lavoro, molto lunghi. La sua logica ha un che di atavico: ”Mi piace osservare, lasciar sedimentare, fare mio ciò che ho appreso. Abito a Nervi e lì ho il mio studio. Di solito faccio una pausa dal lavoro e scendo in Passeggiata. Seduto su una panchina, posso guardare con attenzione quello che succede intorno. Spesso, vedo delle mamme con i passeggini: quella tra madre e figlio è la prima forma di comunicazione. Quando ci si rivolge ai bambini, si utilizza una cifra quasi musicale che viene appresa lentamente, a livello inconscio. Io cerco di lavorare così, con lentezza”.



13 aprile, h.18, presso il forum Fnac: incontro "Fumetti e Cartoon da Est a Ovest", con Marco Pellitteri
di Stefania Pilu

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